«Mi si nota di più se vengo, non vengo o vengo e mi metto in disparte?». Il governo italiano alla fine ha deciso di mandare «un diplomatico» al vertice del segretario di stato statunitense Marco Rubio sui movimenti antifascisti. «Nessuno dell’esecutivo sarà presente e nemmeno parlamentari», assicurano da Palazzo Chigi. L’invito ha causato più di un imbarazzo nei partiti della maggioranza, e non certo per preoccupazioni democratiche, quanto per calcoli elettorali. Come ha raccontato il manifesto, l’amministrazione trumpiana ha avviato una fase di nuovo maccartismo (come è evidente dagli ultimi discorsi del presidente incentrati sulla «minaccia comunista») e l’iniziativa di Rubio si inserisce in questo contesto. Il segretario di stato ha invitato i ministri di 60 paesi a un summit contro la minaccia «del terrorismo di estrema sinistra».

L’idea di mettere al bando i movimenti contro il genocidio dei palestinesi o i collettivi antifascisti non è estranea alla cultura della destra italiana in guerra con gli spazi di aggregazione politica, come i centri sociali. Da ultimo è stata la Lega a presentare una proposta di legge per introdurre la reclusione da sette a quindici anni per «chiunque organizza, recluta, addestra, radicalizza o dirige associazioni o gruppi anarchici militanti denominati Antifa o simili» e per «chiunque partecipa a tali associazioni o gruppi o si radicalizza in modo autonomo». Il testo era costruito sulla falsariga del decreto con cui Trump iscriveva gli antifa statunitensi tra le «organizzazioni terroristiche interne», dopo la morte del predicatore di estrema destra Charlie Kirk.