A mezzanotte di venerdì negli Stati uniti è entrata in vigore il Road to Housing Act. Si tratta di un pacchetto legislativo di agevolazioni per la costruzione di nuove abitazioni, limiti alla speculazione immobiliare-finanziaria e incentivi per l’affitto che è passato con una larga maggioranza di 85-4 al Senato e 358-32 alla Camera. Un piccolo miracolo bipartisan, insomma, per una legge utile, da parte di un Congresso che da un anno è paralizzato dal muro contro muro e ha varato solo una ventina di leggi. Questa ha però avuto la particolarità di entrare in vigore senza la firma del presidente. Per rappresaglia contro il Parlamento che non ha approvato la riforma elettorale che vorrebbe prima dei midterm, Donald Trump ha infatti rifiutato di compiere l’atto ufficiale.
LA NORMA è stata ratificata automaticamente (dopo dieci giorni la regola lo prevede, a meno di un veto esplicito dell’esecutivo), ma il siparietto del presidente ostruzionista ha rimandato l’ennesima paradossale immagine di una nazione – ed il suo stesso partito – ostaggio dei capricci presidenziali.
La volitività del presidente-sovrano è ormai universalmente nota, ben conosciuta da alleati ed avversari politici, negoziatori iraniani e capi di stato. In Regime Change, l’ultimo libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan, il comandante in capo è descritto come un autocrate impuntato, assecondato da concentriche cerchie di funzionari addetti a compiacerlo (compresa l’assistente il cui lavoro consiste nello stampare articoli e menzioni lusinghiere su una stampante portatile e porgerle al capo nel corso della giornata lavorativa).







