Quando si misura la ricchezza privata delle famiglie l’Italia si colloca ai vertici delle classifiche internazionali. In effeti, il nostro è il Paese più ricco in termini di patrimonio privato accumulato rispetto al flusso di reddito annuo (passato in cinquant’anni dal 250 a oltre il 700% del reddito nazionale netto).Questa crescita ha implicazioni evidenti anche sul profilo dell’indebitamento nazionale complessivo. Sebbene il debito pubblico sia tra i più elevati al mondo, il basso livello di indebitamento delle famiglie e delle imprese compensa in larga misura tale squilibrio. Al punto che il debito aggregato italiano (pari al 232% del Pil) risulta inferiore a quello di economie considerate molto più solide (come la Francia che è al 354% o gli Stati Uniti al 252% e persino la Svizzera che è al 278%).

L’italia non è un Paese povero. È un Paese ricco che fatica a trasformare la propria ricchezza privata in prosperità collettiva.Qui sta il nodo centrale. La prosperità privata non si traduce in prosperità pubblica. Anzi, in molti casi sembra nutrirsi della sua debolezza. Mentre una parte significativa della popolazione accumula e consolida la propria posizione economica, il sistema nel suo insieme si impoverisce in termini di servizi, infrastrutture, investimenti, innovazione e capacità di crescita.Dal punto di vista economico, ciò spinge la ricchezza italiana verso attività a basso rischio e a basso impatto innovativo. L’investimento immobiliare, la conservazione patrimoniale, le varie forme di rendita risultano più convenienti rispetto all’investimento produttivo. Con un carico fiscale che penalizza il lavoro e avvantaggia patrimoni e successioni.