"Tuffarsi da 20 metri mette paura. Io la provo prima di ogni tuffo, sempre. Ma così mi sento viva", dice Morgane Herculano, svizzera, una laurea in Economia ad Harvard, il visto Usa come atleta imprenditrice. Morgane è una delle diciannove tuffatrici che hanno appena terminato i primi due round del World Aquatics High Diving World Cup 2026, la Coppa del mondo di tuffi da grandi altezze, che va in scena a Porto Flavia con l’organizzazione di Marmeeting. Un salto mozzafiato Le due piattaforme, da 20 metri per le donne, da 27 per gli uomini, sono installate lungo la scogliera di Porto Flavia, località ex mineraria dell'Inglesiente, nel SudOvest della Sardegna, al cospetto del blu e del Pan di Zucchero, un isolotto poco distante dalla costa. Un posto incredibile dove in passato si scavava e si scaricava i minerali sulle barche e navi, da un'altezza appunto di circa 30 metri, attraverso un enorme foro nella roccia a strapiombo sul mare. La sfida è cominciata venerdì 10 giugno, con la giornata di allenamenti, che ha visto purtroppo l'infortunio del colombiano Juan Manuel, finito all'ospedale in osservazione dopo un impatto più duro del solito nell'acqua, dovuto a uno strappo durante il volo. Va detto che da 27 metri, cadendo con una velocità di circa 85-90 km/h, dovessero mai prendere una "panciata" gli atleti subirebbero gli stessi effetti di una caduta da un palazzo di cinque piani atterrando sul cemento. Ieri, a seguire - parliamo di sabato 11 - i primi due round, vale a dire due giri di tuffi per gli uomini e le donne, che ha visto designare il primo podio provvisorio - domenica 12 la giornata finale (le tappe della Coppa del mondo vedono Fort Lauderdale in Florida, già disputata e dopo Porto Flavia la Cina). Negli uomini in testa c'è l'inglese Aidan Heslop, seguito dal rumeno Costantin Popivici e lo statunitense James Lichtenstein. Per le donne il trio di testa è composto dall'australiana Xantheia Pennisi, la statunitense Kaylea Arnett e la canadese Simone Leathed. “Il tuffo è sempre ad occhi aperti” Morgane Herculano è decima, per ora. Ci viene incontro con un bel sorriso. E’ giovane, non è molto alta, è un concentrato di energia esplosiva. Si allena in Florida, in un centro dove c’è una piscina con l’unica piattaforma da 27 metri dell’emisfero occidentale. L’altra è in Cina. In gara, però, si tuffa da 20 metri. Meglio tuffarsi in piscina o in mare? "Direi che io mi alleno in piscina per tuffarmi in mare. Mi piace tantissimo tuffarmi in mare, è bellissimo, sono emozioni che in piscina non abbiamo, però per la tecnica, per lo sforzo fisico abbiamo bisogno di andare in piscina tutti i giorni”. Il tuffo solitamente si prepara dividendolo in tre fasi e questa attività si svolge ad altezze meno impossibili, perché 20 metri sono troppo rischiosi per provare il salto. In Florida, invece, fa tutto da 20 metri? "C'è la parte tecnica che richiede di dividere il tuffo per potere concentrarsi su ciascuna parte. Allo stesso tempo, è un po' come chiedere a uno che fa la maratona, se lui corre una maratona tutti i giorni per allenamento. No, è impossibile. Cioè, per il corpo è molto difficile saltare da venti o ventisette metri e quindi se vogliamo lavorare sulla tecnica dobbiamo dobbiamo per forza di cose allenarci tuffandoci da più basso”. Parliamo della sua vita. Lei si è laureata ad Harvard. Cosa è, una tradizione di famiglia? "Ma no! I miei non sono nemmeno andati all’università”. Perché, dunque? "Ci sono andata con un po’ di ambizione. Ho provato, ha funzionato. Io vivo così la mia vita: se non provi non ci sei mai...”. L’economia può essere utile alla sua carriera? "Per i tuffi sicuramente no”. Magari per definire i contratti… “Credo che quello che è utile è sapere lavorare, sapere dedicarsi a qualcosa per tante ore al giorno, farlo con dedizione, con passione. Io applico questa disciplina in tutto, sia nello studio sia nei tuffi”. Potrà tornarle utile dopo questa fase della vita da tuffatrice. "Forse. In realtà, non ho mai pensato che un giorno sarei potuta diventare una professionista di tuffi da grande altezze. Studiavo, disputavo gare internazionali con la Svizzera, però pensavo anche al dopo. MI dicevo: magari domani ti rompi una gamba, che fai? Ecco, andrò a lavorare...”. E ora, ci pensa? "Questa dei tuffi è una grande passione che vivo nel presente. Di ciò sono molto felice, mi dico che lo farò per quanto tempo sarà possibile, però so anche che il mio corpo ha i propri limiti e ho anche molto rispetto per quei rischi che corro ad ogni tuffo...”. Il corpo ha un limite? Si riferisce all’età? “Be’, il nostro è uno sport estremo in cui i rischi sono veri. In ogni tuffo rischiamo la nostra vita, il nostro corpo, quindi è normale pensare che se non ce la farò più dovrò dedicarmi ad un'altra professione”. Tra i tuffatori c’è Popovici che ha quasi 38 anni. “Sì, sì, ci sono atleti che si spingono molto lontano. Anche nel calcio, no?”. Come Ronaldo che ne ha 41. "Appunto. Però, c’è solo lui a quel livello. O forse, due, tre. Ma io non sono sicura del limite verso cui il mio corpo si potrà spingere”. Conosce qualche tuffatrice che ha un’età anagrafica importante? “Sì, anche qui a Porto Flavia ci sono in gara atlete hanno trenta, trentacinque, quasi quarant’anni. Quindi è possibile. Ma a me non piace paragonare il mio corpo a quello di altre. La mia storia è unica con questo sport estremo”. Cambiamo discorso. E’ il volto nel mondo di Arena. Perché lei? (ride). “È una bella domanda. Magari perché parlo anche italiano... No, scherzo... Per Arena la priorità è il mondo dell'acqua. Io sono un bel mix tra la performance e il piacere di godermi il mare, la piscina. Lo faccio per passione e lo diffondo nei miei video tutti i giorn. Questo è un qualcosa che ho in comune con Arena, realizziamo insieme bellissimi contenuti… E poi io indosso Arena tutti i giorni da dieci anni, ben prima che mi scegliessero (ride ancora)”. Il contratto con Arena ha avuto il via l’anno scorso. E’ un accordo soddisfacente sotto il profilo economico? “Sì, direi di sì. Quando sei una tuffatrice devi avere un contratto di sponsorizzazione”. Perché? "Perché i premi in denaro delle gare non sono abbastanza per vivere, soprattutto negli Stati Uniti o in Svizzera. E comunque, per me è importante avere un business anche fuori dalla performance”. Quali sono le altre fonti di guadagno? “Alcuni hanno anche altri lavori. Quello dei tuffi è uno sport di nicchia, non si diventa ricchi”. E poi, ci sono i social. Lei è considerata la regina su Instagram, dove ha quasi 300 mila followers. "Il nostro sport si è sviluppato tantissimo negli ultimi anni con i social media. E’ una delle mie priorità. E’ importante fare video, storie, reel, perché è anche così che guadagno nella mia vita. Ritengo che anche questo faccia parte del lavoro di una atleta”. Lei ha un'entrata anche dai social? “Sì, da YouTube, TikTok, con altri sponsor. Faccio tante cose, insomma”. Veniamo al tuffo. Cosa pensa prima e durante? “Prima del tuffo mi ripeto quelle parole chiave che ho in testa per il tuffo. Sono due o tre, sono molto veloci e veramente tecniche. Non penso a nient'altro che alla tecnica”. Ad esempio? "Tipo braccia, addominali... Parole così, che mi aiutano a fare il tuffo”. Perché lei lo ha tutto in testa il tuffo, giusto? “Sì, ce l'ho in testa e me lo ripeto, me lo ripeto. Finché non arrivo sull’orlo della piattaforma: allora tutti si velocizza. Uno, due, tre e via”. Non pensa a nulla durante? “No, non c'è tempo per pensare. Ci sono troppe emozioni, si deve veramente provare a rimanere sulla tecnica, oltre a godersi anche il luogo, queste emozioni”. Ci si accorge di come si sta facendo il tuffo? “Sì”. E si può correggere nel mentre? “Hai il tempo in quei pochi secondi. Però sono aspetti su cui lavoriamo con la tecnica durante gli allenamenti, in gara io lascio il mio corpo fare il tuffo. Cioè, il mio corpo sa se sono veloce, se sono un po' lenta, se dovevo fare alcune correzioni nel tuffo. Parliamo però di un salto di meno di tre secondi: prevale l'istinto, una forza che sviluppiamo con gli anni”. Tiene gli occhi chiusi o aperti? “Aperti al100%. Diversamente, è impossibile”. Perché? "Perché bisogna vedere gli schizzi d’acqua sulla superficie del mare, così da renderci conto di dove inizia lo specchio acqueo”. E’ vero che ha sempre paura prima di un tuffo? “Ovviamente. Abbiamo tutti paura” Veramente? “veramente perché i rischi sono veri, le conseguenze di un tuffo sbagliato sono molto gravi. E non c’entra se hai esperienza, se non nei hai: è la stessa cosa. Io mi sogno di notte i miei tuffi sbagliati...”. E non prova anche felicità? "Sì, anche. Sono tante emozioni insieme. La felicità, la paura, l'eccitazione. Mi piace tuffarmi, però so che fa paura. Però mi piace anche fare cose che mi fanno paura (ride). Così mi sento viva”.