Prosegue l’allineamento dell’Ungheria post-Orbán agli standard e alle pratiche auspicati dall’Ue per un rilancio delle relazioni fra le parti all’insegna della distensione e della collaborazione. Così la Commissione europea ha accolto di buon grado la richiesta di adesione alla Procura europea (EPPO) presentata dalle autorità del Paese nel maggio di quest’anno. In tal modo l’Ungheria diviene il venticinquesimo stato membro dell’EPPO.
Si tratta di un passo avanti compiuto per lasciarsi dietro il recente passato fatto di rapporti conflittuali fra Budapest e Bruxelles; rapporti tesi caratterizzati da visioni incompatibili sulla questione dello Stato di diritto. Anche la gestione dei fondi comunitari è stata a lungo materia di pesanti contrasti fra le parti e motivo di inquietudine sull’uso e destinazione delle somme dovute al Paese. L’argomento, si diceva, è stato lungamente al centro di preoccupazioni e legato ai problemi di corruzione sollevati relativamente alle modalità di governo di Orbán & C., accusati dalle opposizioni interne di appropriarsi dei fondi Ue. Corruzione, deriva antidemocratica e problemi di Stato di diritto, questi i principali biasimi fatti al predecessore di Péter Magyar per anni; uno dei risultati di questo braccio di ferro estenuante è stato il congelamento dei fondi destinati all’Ungheria; una decisione politica secondo il governo di allora che a sua volta accusava Bruxelles di penalizzare il governo Orbán per aver fatto delle scelte non gradite ai vertici Ue.








