Anche le piante subiscono il body shaming, la discriminazione per il loro aspetto. Cactus, aloe e le scultoree agavi, solo per citare le più note, in Italia vengono storicamente chiamate “piante grasse” per via delle loro forme arrotondate. Nel resto del mondo, invece, la definizione è decisamente più fedele alla loro biologia: “Succulente”. Se spremute, infatti, queste piante rilasciano purissima acqua e non certo burro o grasso. «È una bizzarria linguistica tutta nostra, su cui la community dei collezionisti italiani scherza da sempre, anche con vignette a tema» spiega Franco Rosso, presidente dell’Aias (Associazione Italiana Amatori delle piante Succulente). L’ironia finale? La rivista ufficiale di riferimento del settore si chiama proprio Piante Grasse. Persino i nomi latini sono ridefiniti, l’Echinocactus grusonii è stato ribattezzato, ad esempio, il “cuscino della suocera” per via della forma sferica e delle spine acuminate, lunghe e pungenti.

Collezionisti di piante grasse: pazzi per le succulente

Dietro questo gioco di parole si nasconde, in realtà, un fenomeno collettivo straordinario. Altro che la piantina solitaria dimenticata sul davanzale della nonna: in Italia quello delle succulente è un mondo capace di scatenare passioni viscerali. Quello che all’apparenza sembra un hobby di nicchia vanta, infatti, una community gigantesca, con oltre mezzo milione di appassionati on line e migliaia di soci attivi sul territorio che si scambiano immagini, semi e informazioni sul terriccio.