Pavia. Anna Odone, docente dell’università di Pavia e componente del Consiglio superiore di sanità presso il ministero della Salute, è stata nominata presidente (Chair) del Comitato di consulenza scientifica della sezione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità, cioè l’agenzia delle Nazioni unite che si occupa di cooperazione e salute pubblica su scala globale. «Mettere la migliore scienza al servizio della salute pubblica. Questo è uno degli obiettivi principali», spiega la docente e direttrice della scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva di Pavia. La sua nomina è stata ufficializzata il 6 luglio presso la sede dell’Oms a Copenaghen (Danimarca). Composto da dodici esperti di caratura internazionale, lo Scientific Advisory Board (questo il nome in inglese) è un organismo indipendente di consulenza scientifica nato con l’obiettivo di rafforzare il modo in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità produce, valuta e traduce evidenze scientifiche in raccomandazioni di politica sanitaria per i 53 Stati membri dell’area europea. Promuovere la diffusione di strumenti innovativi per tradurre le risultanze della ricerca in decisioni di salute pubblica e supportare le raccomandazioni di politica sanitaria sono solo alcuni dei compiti di questo organismo. Quali sono le priorità nell’agenda del Comitato da lei presieduto? «L’Europa sta affrontando una fase complessa. Da un lato conviviamo con grandi sfide strutturali – l’invecchiamento della popolazione, l'aumento delle malattie croniche e le disuguaglianze di salute, determinanti che rischiano di compromettere la sostenibilità dei sistemi sanitari e in ultima analisi la fruizione del diritto alla salute. Dall’altro assistiamo all’emergere di nuove minacce, legate agli effetti sulla salute delle trasformazioni ambientali, dalle malattie infettive favorite dai cambiamenti climatici e dalla mobilità globale, alla crescente diffusione dell’antimicrobico-resistenza. In questo contesto, il ruolo dello Scientific Advisory Board sarà quello di supportare l’azione dell’Oms favorendo che le evidenze scientifiche siano prodotte, sintetizzate, validate e tradotte in politiche efficaci nei diversi contesti nazionali europei. Per il periodo 2026-2030, l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito cinque priorità principali: rafforzare la sicurezza sanitaria e la preparazione alle emergenze, prevenire le malattie croniche agendo sui determinanti sociali e commerciali di salute, promuovere l’invecchiamento attivo, agire per proteggere la popolazione dai rischi ambientali e climatici. Infine innovare i sistemi sanitari, valorizzandoli anche tramite le nuove tecnologie. Sono obiettivi ambiziosi». I sistemi sanitari europei fanno fatica a rispondere ai bisogni di salute dei cittadini. Un caso tra tutti è l’Italia. Quali sono le sfide del presente? «L’Italia è il paese con l’età media più alta in Europa (quasi 50 anni) e con una solida tradizione di universalismo. Questa convergenza assume un valore straordinario ma, d’altro canto, impone responsabilità e sfide importanti per il futuro. In un contesto di crescita inarrestabile dei bisogni di salute e di scarsità di risorse per soddisfarli, serve un ripensamento profondo dei principi che ci devono guidare prima ancora di delineare le soluzioni. L’universalismo, principio cardine della legge che ha istituito il Servizio sanitario nazionale quasi 50 anni fa, è un valore che vogliamo concretamente mantenere? La risposta, secondo me, non può che essere affermativa: si tratta di un valore da salvaguardare a tutti i costi. Questa è la sfida che ci impone il mondo di oggi». Nonostante le difficoltà, ritiene che il modello della sanità italiana sia ancora un riferimento per i Paesi del vecchio continente? «In un’ottica europea il “modello Italia” rappresenta un punto di riferimento in alcune aree strategiche della salute pubblica regionale. Mi riferisco alla tradizione delle politiche sociali e di welfare che influenzano la salute, alle competenze e reputazione della nostra comunità scientifica, al contributo dell’accademia e alle attività di ricerca e sviluppo in contesto aziendale, oltre al posizionamento strategico in alcuni assetti istituzionali comunitari». Dato che la popolazione è sempre più anziana, si parla con maggiore insistenza di prevenzione: un argomento che sembra percepito come distante dalle persone. Perché secondo lei? «Non è tanto che la prevenzione sia percepita come “lontana” dalle persone, direi piuttosto “intangibile”. Per definizione la prevenzione, soprattutto quella primaria che agisce sui fattori di rischio, si rivolge alle persone sane che non ne colgono il valore a livello individuale. Ma se ragioniamo sul fatto che, per esempio, in Italia il sovrappeso è responsabile di quasi il 55 per cento del peso della patologia diabetica, capiamo che agire sulla prevenzione è l’unica speranza che abbiamo per non sovraccaricare il servizio sanitario con patologie evitabili e relativi costi. Purtroppo l’impatto della prevenzione a livello di popolazione è meno immediato e visibile rispetto a una nuova terapia o a un innovativo intervento chirurgico e questo rende – al di là degli slogan – la prevenzione il fanalino di coda delle politiche sanitarie». Secondo lei l’Italia spende abbastanza in prevenzione? «Alla prevenzione dovrebbe essere dedicato il 5 per cento del Fondo sanitario nazionale: in Consiglio Superiore di Sanità, nella precedente consiliatura abbiamo raccomandato al Ministero di alzare questa quota. Nei fatti, i dati sulla spesa sanitaria pubblica ci dicono che addirittura non tutte le regioni la raggiungono. Serve un’alleanza tra istituzioni che vada oltre il comparto sanitario. La prevenzione deve coinvolgere le politiche sociali, scuola, università, lavoro, media e comunità, deve essere presente nei luoghi dove le persone vivono, studiano e lavorano. È un investimento». A gennaio gli Stati Uniti sono usciti dall’organizzazione per volontà di Donald Trump. Qual è la sua opinione in merito e quale futuro vede per l’organismo, che non può più contare su uno dei suoi principali finanziatori? «La decisione di alcuni paesi – soprattutto una nazione del peso degli Stati Uniti – di non farne più parte ha delle implicazioni negative, non solo sulle risorse a disposizione per supportare gli stati, sui meccanismi di finanziamento e sui rapporti tra stakeholder pubblici e privati. Le decisioni dei singoli Stati appartengono alla sfera politica. Dal punto di vista della salute pubblica, è fondamentale che continui a esistere una forte cooperazione internazionale basata sulla scienza, sulla condivisione dei dati e sulla solidarietà tra i Paesi. L’Oms continuerà ad avere un ruolo essenziale nel coordinamento delle risposte globali, nella definizione degli standard internazionali e nel supporto ai sistemi sanitari». Che futuro immagina per l’Organizzazione? «Sono fiduciosa che saprà adattarsi e rafforzare la propria capacità di rispondere alle nuove sfide. L’Oms è un’agenzia che è stata istituita in un momento geopolitico molto diverso dall’attuale, quando la cooperazione tra paesi era maggiormente percepita come un valore da salvaguardare. Tuttavia oggi più che mai la governance internazionale in materia sanitaria è imprescindibile per la protezione della salute delle persone. Le malattie e i rischi sanitari non rispettano i confini nazionali. In questo senso, l’Oms rappresenta un bene pubblico globale».
Sanità, Odone (Oms): «Nuove sfide di longevità, clima e innovazione»
La docente di Igiene presiederà il comitato di consulenza europeo










