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Nel luglio del 1995 nella città bosniaca di Srebrenica, abitata a maggioranza da bosgnacchi (bosniaci musulmani), ci fu il più grave massacro di civili in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il massacro fu compiuto dalle forze serbo bosniache, che il giorno prima erano entrate in città dopo un assedio durato tre anni. I serbo bosniaci separarono circa 25mila donne, bambini e anziani bosgnacchi dagli uomini da loro ritenuti in età militare, e che avevano all’incirca dai 15 ai 65 anni: i primi vennero caricati su autobus e portati via. Più di 8mila uomini, invece, furono uccisi. La loro sicurezza avrebbe dovuto essere garantita da un contingente di militari delle Nazioni Unite, che invece non intervenne.

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I processi per i fatti di Srebrenica furono tra i più complessi e importanti per crimini internazionali del secondo Dopoguerra.

18 persone furono condannate dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, creato nel 1993 dalle Nazioni Unite, e dall’organo che gli succedette. La cosa più rilevante del processo fu il fatto che 7 imputati furono condannati per genocidio, uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale, che fino a quel momento era stato associato solo a massacri sistematici compiuti su dimensioni enormi. Stabilire di applicarlo per i fatti di Srebrenica – dove a essere uccise furono poche migliaia di persone – fu una decisione rilevante, che ha effetti ancora oggi nel dibattito tra giuristi e sulla giurisprudenza.