taranto «Il miliardo cancellato non è solo una cifra. È il simbolo di un patto tradito». Inizia con questa sferzata dell’associazione dell’indotto Aigi l’ennesimo tesissimo capitolo della crisi dell’ex Ilva di Taranto. Un grido d’allarme che fotografa una comunità stanca di essere trattata come una «colonia ottocentesca da sfruttare quando conviene e da depredare quando serve finanziare altro».
i fondi per il dri Secondo l’associazione, la cancellazione del miliardo inizialmente destinato all’impianto per il preridotto non è un mero tecnicismo contabile, ma un atto politico pesante: la rimozione del progetto simbolo della decarbonizzazione. Vedere quelle risorse sottratte e rimesse nella disponibilità del Ministero accende il forte sospetto di un totale disimpegno. Se lo Stato intende chiudere lo stabilimento, attacca l’Aigi, «abbia almeno il coraggio di dirlo apertamente», fermo restando che una bonifica integrale costerebbe ben oltre i quindici miliardi di euro.
Confartigianato Taranto, invece, ha denunciato la totale assenza di una strategia industriale da parte dei commissari straordinari, ricordando che lo stabilimento opera al minimo con un solo altoforno attivo e un ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali. Il paradosso è che resta attiva l’area a caldo, la più impattante, mentre sono ferme le lavorazioni a valle, come tubifici, laminazione e zincatura, che genererebbero il maggior valore aggiunto. Eppure, anche sull’area a caldo pende la scadenza del 24 agosto 2026, data fissata dal Tribunale di Milano per la chiusura se mancheranno gli adeguamenti ambientali.







