Gli Stati Uniti sono uno dei Paesi che più ha investito in ricerca e sviluppo. Dal secondo dopoguerra ha sistematizzato un modello economico fondato sulla costante produzione di innovazione, cui ancora oggi dedica circa il 3,5% del proprio Pil: in termini assoluti equivale a circa 1.000 miliardi di dollari l’anno. Nel 2024 la Cina ha raggiunto per la prima volta i rivali occidentali, arrivando a spendere qualche miliardo di dollari in più, a riprova che la rivalità tra le due potenze mondiali si gioca anche sul piano scientifico.
Lo scorso 4 luglio Washington ha festeggiato i 250 anni della sua indipendenza. Per l’occasione, la rivista Science ha offerto una panoramica del rapporto tra scienza e società statunitense in questi due secoli e mezzo e lo ha fatto selezionando alcuni esempi paradigmatici della complessità di questa relazione.
Una scienza ambivalente
Gli Stati Uniti hanno dato enormi contributi all’avanzamento della scienza, mandando per esempio il primo uomo sulla luna nel 1969 o mappando per la prima volta nel 2000 il genoma umano, progetto grazie al quale innumerevoli patologie, che prima non lo erano, oggi risultano trattabili.
Furono però anche la patria delle teorie eugenetiche che nel primo Novecento ispirarono il regime nazista in Europa a esercitare un controllo sulla qualità della razza. È del 1907 infatti una legge dello Stato dell’Indiana che parla esplicitamente di “igiene della razza”, rifacendosi a teorie oggi screditate ma allora largamente supportate dalla comunità scientifica.











