A due mesi dal decollo della nuova Ungheria è un’altra Orbán a stilare un primo bilancio sul nuovo corso di un Paese che ha promesso di smettere di essere un «bastone tra le ruote» della Ue per diventarne un «ingranaggio». La vicepremier e ministra degli Esteri Anita Orbán (nessuna parentela con l’autocrate sconfitto alle elezioni di aprile dopo 16 anni al potere) arriva sorridente e puntuale per l’intervista con il Corriere all’Accademia d’Ungheria, l’istituto culturale dell’ambasciata a Palazzo Falconieri, gioiello del barocco romano. «Penso che nella nuova Ungheria stiamo assistendo prima di tutto a un grande cambiamento di mentalità» osserva questa 52enne con tre figli e un master in economia e diplomazia conseguito negli Stati Uniti, nella prestigiosa Fletcher School della Tufts University. Non si considera una top manager entrata in politica, ma una servitrice dello Stato che «per dissidi con l’altro Orbán» ha lavorato temporaneamente nel settore privato prima di farvi ritorno. In cosa consiste questo cambiamento di mentalità? «Le persone sorridono di più, sono ottimiste. La nazione ungherese è tradizionalmente piuttosto pessimista, ma ora, risulta anche da un recente un sondaggio, gli ungheresi sono ottimisti sul loro futuro. Se c’è una data in cui posso dire che siamo tornati in Europa, è oggi. Perché oggi il Consiglio Ecofin ha approvato il piano ungherese di ripresa e resilienza. Sempre oggi la domanda dell’Ungheria di aderire alla Procura europea è stata accettata. E sono qui a Roma, su invito del vicepremier Antonio Tajani, per la riunione degli Amici dei Balcani occidentali a cui oggi l’Ungheria è stata invitata ad aderire. Queste tre cose insieme, per me, simboleggiano che siamo già tornati in Europa». Quale è invece la sfida più difficile? «Di certo l’economia. Abbiamo ereditato un deficit di bilancio ampio, vicino all’8%, e un’economia che è una delle più povere, la seconda più povera, dell’Ue; un’economia che, prima del nostro arrivo al governo, era purtroppo la più corrotta dell’Ue». Non soltanto i vostri rivali politici, ma anche organizzazioni per i diritti umani hanno espresso preoccupazioni sugli emendamenti alla Costituzione adottati in fretta e furia per cambiare il presidente o sospendere i media pubblici. Cosa risponde a chi teme che per il «cambio di regime» stiate ricorrendo alle stesse scorciatoie del passato? «Noi stiamo creando una società basata sullo Stato di diritto attraverso lo Stato di diritto. Noi stiamo usando strumenti legali per cambiare il sistema. Sotto il governo precedente è avvenuto un classico caso di presa dello Stato, il che significa che il governo precedente ha inserito i propri — come li chiama Péter Magyar — burattini, in moltissime organizzazioni, e ha anche creato regole per quelle organizzazioni che rendevano difficile per qualsiasi nuovo governo intervenire per cambiarle. Per esempio, il mandato di molte persone in istituzioni chiave non sarebbe scaduto fino agli anni 2030. Abbiamo esaminato tutte queste singole istituzioni. Per esempio, c’era un’autorità per la sovranità, creata deliberatamente per colpire la società civile e i giornalisti. L’abbiamo smantellata». Alcuni si sorprendono che non usiate l’impeachment per rimuovere il presidente invece di modificare la Costituzione. «Non abbiamo scelto l’impeachment perché anche la Corte costituzionale non è indipendente, i suoi giudici sono stati scelti dal precedente premier. Ora stiamo cercando di ripristinarne l’autorità. Vogliamo procedere rapidamente, perché abbiamo moltissimo da fare. Abbiamo iniziato da noi stessi: abbiamo introdotto un limite di mandato per il primo ministro e per i parlamentari». Molti Paesi europei hanno accettato di inviare armi all’Ucraina. Non il vostro governo, che in questo segue la linea di Viktor Orbán. Perché?«Su questo la nostra politica è invariata. L’elettorato ungherese ha dato un mandato a non inviare armi, ma ad aiutare con altri mezzi: gli aiuti umanitari e le sanzioni». A monte del rapporto conflittuale tra Budapest e Kiev ci sono i diritti della minoranza ungherese nella regione ucraina della Transcarpazia. Quanto pesa questa questione nel vostro rifiuto di un percorso accelerato per l’adesione di Kiev alla Ue? «Siamo sempre stati molto trasparenti sul fatto che sosteniamo un’adesione basata sul merito, in linea con la metodologia di adesione dell’Ue. Crediamo che ogni Paese debba seguire lo stesso percorso e soddisfare gli stessi criteri. È una questione di credibilità per l’Ue. Per le minoranze, siamo riusciti a negoziare un accordo bilaterale con Kiev, presupposto necessario per poter resettare la relazione». Con Mosca serve dialogare? «La Russia, per la sua posizione geografica, per le sue dimensioni, per la sua potenza e per la sua storia, resta e resterà sempre un Paese importante in Europa. Cerchiamo un rapporto molto pragmatico con Mosca, tra nazioni sovrane».
Anita Orbán: «L’Ungheria è tornata in Europa, stiamo smantellando l’orbanismo»
La vicepremier di Magyar: usiamo strumenti legali per cambiare il sistema








