Fulvia, nome di fantasia, è cresciuta in una famiglia algida e disaffettiva: sprovvista di contatti umani. Il padre era un agricoltore, un uomo ruvido e d’altri tempi. Pensava che le emozioni e le parole spettassero alle mamme e che i papà dovessero soltanto lavorare e provvedere al sostentamento economico della famiglia. Lavorava nei campi, rincasava la sera stanco e indurito dal sole bruciante siciliano e dalla fatica. La madre Rosa era una donna semplice, totalmente devota al marito.

Ha sempre messo i figli in secondo piano rispetto al suo matrimonio e a sé stessa.

Fulvia è cresciuta con un tarlo invisibile ma potentissimo: il bisogno di riscattarsi dalle terre dell’infanzia che ha mosso le fila delle sue scelte, fughe e non scelte.

È andata via di casa molto giovane per studiare duramente e conseguire una laurea con il massimo dei voti. Ha vissuto di stenti, ha fatto la cameriera durante il fine settimana ed è rimasta rintanata in casa per studiare e risparmiare.

Ha consegnato all’altare sacrificale ogni forma di relazione e di intimità. Diceva in seduta di non essere portata per le relazioni, le considerava sin troppo impegnative e prosciuganti.