Un motocarro fermo in doppia fila, il lampeggiante acceso, e a pochi metri un solo operatore che solleva, trascina, si piega per svuotare l’ennesimo bidone. Duecento volte in poco più di sei ore, sotto il sole o sotto la pioggia, con il traffico che scorre a fianco.
Segretario Daniele Aliverti, tutto questo si traduce in oltre trentamila infortuni l’anno secondo l’INAIL, inidoneità in aumento, malattie professionali in crescita. Ma il monoperatore non nasce come un abuso: fu introdotto in un rinnovo contrattuale, con il consenso dei sindacati. Non è contraddittorio chiederne oggi l’abolizione?
«Non è contraddittorio, è onesto. Quando quel modello entrò nei capitolati, più di dieci anni fa, rispondeva a un’esigenza reale e condivisa: educare i cittadini alla differenziata e far salire in fretta le percentuali di riciclo. Ha funzionato, su quel piano. Ma un’organizzazione del lavoro non è un dogma: si giudica dai suoi effetti nel tempo. E dopo tredici anni gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Operatori e operatrici dichiarati inidonei in massa, spesso in modo permanente. Chi sosteneva quel modello aveva ragioni valide allora; chi lo difende oggi, con questi numeri davanti, non ne ha più».









