Pavia. Interrompere la spirale di violenza per cambiare davvero. Tanti uomini ci hanno provato, in buona parte riuscendoci, con il percorso offerto dal Cuav di Pavia, il centro per uomini autori di violenza del Centro servizi e formazione di via Riviera. In un anno e mezzo di attività, da febbraio del 2025, la squadra di educatori, criminologi, psicologi e avvocati ha rieducato oltre cento uomini autori di maltrattamenti, con condanne sulle spalle e spesso anche l’esperienza del carcere. Un presidio sul territorio che da oggi potrà fare un salto di qualità: il Csf, infatti, ha ottenuto l’accreditamento al Ministero della Giustizia. «Questo per noi significa avere più sostegno», spiega Riccardo Aduasio, direttore generale del Centro servizi formazione. «In quest’anno e mezzo il bilancio è positivo – spiega –. Nelle nostre sedi Cuav di Pavia, Vigevano e Voghera, abbiamo incontrato uomini con storie molto diverse tra loro: alcuni inviati dai servizi del territorio, dal Tribunale o dall’autorità giudiziaria, altri arrivati spontaneamente. Il percorso che stiamo facendo con loro ci conferma che lavorare con gli autori di violenza è possibile e assolutamente necessario». Il lavoro sui responsabili Quando si parla di violenza di genere si pensa soltanto alle vittime. Perché è importante lavorare anche sugli autori? «Perché l’obiettivo finale è sempre la tutela delle donne e dei minori – dice Aduasio –. Se un uomo riflette e poi interrompe comportamenti violenti, controllanti o intimidatori, la ricaduta andrà certamente sulle donne. Non si tratta di sostituire il lavoro fondamentale dei centri antiviolenza, ma di affiancarlo. Noi lavoriamo in rete con i tre Centri antiviolenza del territorio pavese, con l’Ufficio di esecuzione penale esterna, con l’Ats di Pavia». Dove sono i centri I Centri che fanno riferimento al Centro servizi formazione in provincia di Pavia sono tre, a Pavia, Vigevano e Voghera. «Una presenza che copre l’esigenza dell’intero territorio provinciale – spiega il dg –. Milano, con circa 1,4 milioni di abitanti, dispone di tre Cuav. La provincia di Pavia, con circa 545mila residenti, dispone anch'essa di tre centri. Questo significa che il territorio provinciale è ben presidiato. Aumentare il numero dei Cuav sul territorio, come qualcuno ipotizza, sarebbe un dispendio di risorse professionali ed economiche. La questione oggi non è aprire nuovi sportelli, ma fare in modo che quelli esistenti siano conosciuti, accessibili e utilizzati». Per Aduasio la vera sfida per i prossimi anni è culturale: «Dobbiamo superare l’idea che l’intervento sugli autori di violenza sia qualcosa di marginale. Occorre costruire una nuova cultura della presa in carico, nella quale questi percorsi siano considerati una parte integrante delle politiche di contrasto alla violenza di genere». In concreto, secondo Aduasio, questo «significa che magistrati, avvocati, forze dell’ordine, servizi sociali, scuole e cittadini devono conoscere meglio questi strumenti e considerarli una risorsa. Assumersi la responsabilità dei propri comportamenti non è una forma di giustificazione, ma il primo passo verso il cambiamento». Servono quindi «investimenti sui percorsi rivolti agli uomini e questo non significa togliere attenzione alle donne. Al contrario – continua Aduasio – ogni uomo che modifica il proprio comportamento rappresenta una potenziale situazione di rischio in meno. Ogni percorso di responsabilizzazione riuscito ha una ricaduta concreta sulla qualità della vita delle donne, dei figli e dell’intera comunità». «Ero geloso e possessivo, poi l’ho picchiata. Il percorso mi ha cambiato» «Pensavo di dover cambiare lei. Ho capito che dovevo cambiare io. Ero un uomo violento e geloso, oggi sono diverso». Alberto (nome di fantasia) ha 50 anni e se ripensa alla sua vita c’è un prima e un dopo. In mezzo, un anno di percorso al Centro per gli uomini autori di violenza, «che ha significato la mia rinascita». Chi era Alberto prima? «Un uomo aggressivo, ma questo lato è emerso quando la mia compagna ha deciso che voleva lasciarmi. Mi sentivo ferito, tradito. Ho iniziato a controllarla, seguivo i suoi spostamenti. Ero possessivo. E un giorno l’ho aggredita fisicamente, mandandola in ospedale. Ho fatto alcuni mesi di carcere, poi è arrivata la condanna». Questo è bastato a farle capire l’errore commesso? «No, ho continuato a vivere nel risentimento». Perché ha deciso di rivolgersi al Centro? «Non ho deciso io, è stato il giudice: nella sentenza ha disposto che io iniziassi un percorso al Cuav di Pavia. Ero convinto che fosse solo un obbligo da rispettare. Pensavo di non avere bisogno di aiuto. Dentro di me continuavo a ripetermi che la responsabilità era degli altri: della mia compagna, la storia della separazione, delle provocazioni che dicevo di subire. Oggi posso dire che mi sbagliavo». Quando ha capito davvero che poteva cambiare? «Non subito. I primi incontri individuali con gli operatori del Cuav di Pavia sono stati difficili: rispondevo poco alle loro domande, cercavo di giustificarmi e minimizzavo quello che era successo. Poi sono stato inserito in un percorso di gruppo con impegno settimanale. All’inizio ascoltare le storie degli altri uomini mi infastidiva, anzi mi irritava. Mi sembravano storie tutte diverse dalla mia. Col tempo, invece, ho iniziato a riconoscere atteggiamenti, pensieri e giustificazioni degli altri uomini partecipanti, che erano anche i miei. Nel gruppo nessuno ti assolve, ma nessuno ti umilia». C’è stato un momento più importante di altri? «Gli operatori ti aiutano a guardare in faccia quello che hai fatto, senza trovare scorciatoie. È stato questo, per me, il passaggio più importante: smettere di chiedermi perché gli altri mi avessero fatto arrabbiare e iniziare a chiedermi perché io pensassi di avere il diritto di controllare, decidere o intimidire una persona che dicevo di amare. I colloqui individuali mi hanno aiutato a comprendere la mia storia personale, mentre il lavoro di gruppo mi ha fatto capire che la violenza non nasce da un momento di rabbia improvvisa, ma da un modo sbagliato di vivere le relazioni e il conflitto. Ho imparato a riconoscere i segnali che precedono la perdita di controllo, a fermarmi prima che sia troppo tardi e ad assumermi la responsabilità delle mie azioni». Oggi, a fine percorso, chi è Alberto? «Il percorso è durato oltre un anno. Non è stato semplice e non credo che il cambiamento finisca con la conclusione degli incontri. Però oggi possiedo strumenti che prima non avevo. So chiedere aiuto, so riconoscere quando una situazione diventa critica e soprattutto ho compreso che il rispetto non si impone, si costruisce. Se dovessi spiegare cosa fa davvero il Cuav direi questo: non insegna a evitare una condanna, ma aiuta le persone a interrompere modelli di comportamento violento, prima che questi si ripetano. Questo significa proteggere le donne, i figli e anche evitare che altri uomini continuino a distruggere la propria vita e quella delle persone che hanno accanto. Non potrò mai cancellare quello che ho fatto. Ma oggi posso assumermene la responsabilità e scegliere, ogni giorno, di non ripetere più quella violenza. Per me, questo è il risultato più importante del percorso che ho seguito»
Violenza sulle donne, a Pavia il centro che cura gli uomini che le aggrediscono
In 18 mesi aiutati 100 soggetti e ora il salto di qualità: accreditato al Ministero







