Una drammatica vicenda di presunta colpa medica avvenuta nelle corsie dell’ospedale di Polistena si arricchisce di un nuovo capitolo giudiziario che ne ridefinisce i confini di responsabilità. La sera del 26 luglio 2024, presso l’ospedale di Polistena, F.S. – alla quarantesima settimana di una gravidanza decorsa in maniera del tutto fisiologica – veniva ricoverata per il travaglio. Intorno alle ore 20,30 il ginecologo di turno visitava la paziente, disponeva la somministrazione di ossitocina, prescrivendo un monitoraggio cardiotocografico in continuo. A partire dalle ore 21,25, il tracciato cardiotocografico iniziava a registrare una prolungata e profonda decelerazione bifasica della frequenza cardiaca fetale, con lento ritorno alla linea di base e bradicardia inferiore ai 100 bpm.

Secondo le Linee Guida della SIGO del 2018, si trattava di un tracciato di “tipo 3” – patologico – che imponeva un intervento assistenziale immediato entro trenta minuti. Secondo le conclusioni del pm di Palmi le ostetriche di turno quella sera, non riconoscevano i segni di sofferenza fetale, non richiedevano l’intervento del ginecologo e, in aperto contrasto con le indicazioni del ginecologo e delle Linee Guida, interrompevano il tracciato cardiotocografico tra le ore 22,20 e le 23,55. Solo alle 23,55 veniva intrapreso un nuovo breve monitoraggio, che mostrava ulteriori decelerazioni non rassicuranti, ma ormai era troppo tardi.