(di Alberto Alemanno, titolare della cattedra Jean Monnet di diritto dell’Unione europea presso l’HEC di Parigi e Democracy Fellow presso l’Università di Harvard)
Per gran parte della storia dell’Ue, democratici cristiani e socialisti hanno governato insieme. Quando nel 2019 hanno perso la maggioranza, hanno coinvolto i liberali; nel 2024, anche i verdi. Sulla carta, ciò ha garantito alla corrente principale filoeuropea una comoda maggioranza: Ppe, S&D, Renew e Verdi detengono insieme ben oltre 450 dei 720 seggi. Eppure, quando il nuovo Parlamento ha confermato Ursula von der Leyen per un secondo mandato, lei ha ricevuto solo 401 voti, in gran parte grazie all’Ecr di Giorgia Meloni, ai Patrioti di Marine Le Pen e Jordan Bardella e alle Nazioni Sovrane dell’AfD. Il voto era segreto, ma il suo significato non lo era: la maggioranza formalmente filoeuropea si stava già sgretolando, e il Ppe stava già scoprendo che poteva schierarsi a destra ogni volta che il centrosinistra diventava scomodo.
Già prima delle elezioni, il Ppe aveva iniziato a prendere le distanze dal Green Deal europeo, adottando al contempo un linguaggio sempre più di estrema destra in materia di migrazione e tutela ambientale. Da allora, lo schema è diventato inequivocabile. Su una questione dopo l’altra – dal Venezuela al regolamento sui rimpatri – il Ppe non si è limitato a flirtare con l’estrema destra. Ha normalizzato una maggioranza alternativa di convenienza. Ogni volta che i numeri sono stretti, vira a destra.







