Le auto ibride plug-in (PHEV) sono nate con un obiettivo preciso: offrire la possibilità di viaggiare in modalità completamente elettrica negli spostamenti quotidiani, mantenendo un motore termico per affrontare le percorrenze più lunghe senza l’ansia dell’autonomia.

Sulla carta questa tecnologia rappresenta un buon compromesso tra elettrico e motore a combustione. Tuttavia, un nuovo rapporto europeo riporta l’attenzione sul divario tra i valori di omologazione e le emissioni registrate nell’utilizzo reale, evidenziando come alcuni modelli possano produrre quantità di CO₂ sensibilmente superiori rispetto a quelle dichiarate dai costruttori.

Perché le emissioni reali possono aumentare

Secondo il rapporto, il principale motivo del divario è legato al modo in cui le vetture vengono utilizzate ogni giorno. Le auto plug-in hybrid possono percorrere decine di chilometri in modalità elettrica, ma solo se la batteria viene ricaricata con regolarità. Quando questo non avviene, il motore a benzina entra in funzione molto più spesso e deve inoltre trasportare il peso aggiuntivo del sistema elettrico e della batteria.

In queste condizioni, i consumi di carburante aumentano e, di conseguenza, crescono anche le emissioni di anidride carbonica rispetto ai valori ottenuti durante i test di omologazione. Il rapporto indica che, in alcuni scenari di utilizzo reale, le emissioni possono arrivare fino a cinque volte quelle riportate nei dati ufficiali. Si tratta però di una stima riferita ai casi analizzati e non di un valore valido per tutte le auto ibride ricaricabili presenti sul mercato.