Dopo aver parlato con Ted, ho iniziato a considerare la fantascienza come un modo per organizzare i miei pensieri sparsi su ciò che potrebbe significare per tutti noi l’IA generativa e un giorno mi sono imbattuta in un breve racconto di E. M. Forster del 1909, La macchina si ferma, che non sono più riuscita a togliermi dalla testa.

Nel mondo descritto da Forster, le persone vivono sospese in bolle individuali, terrorizzate dalle «esperienze dirette» e dalle «idee di prima mano». La protagonista, Vashti, docente universitaria e madre, comunica con il figlio che vive dall’altra parte della Terra attraverso una cosa chiamata Macchina. La Macchina può connettere virtualmente gli esseri umani, ma non trasmette le sfumature delle loro espressioni ed emozioni. È soltanto una buona approssimazione. Ma «molto tempo addietro la nostra razza aveva già accettato qualcosa che andava “abbastanza bene”» dice Vashti.

L’idea di Forster di una macchina che crea una versione sfocata della realtà, che alla fine sostituisce quella abitata dalle persone, mi è sembrata attuale. Guardandomi intorno e considerando le storie che stavo scrivendo sulla produzione di contenuti falsi o distorti da parte dell’IA generativa, ho iniziato a vedere conferme di questa idea dappertutto. Forster aveva descritto ciò che oggi, più di un secolo dopo, chiamiamo mondo della «post-verità».