ZERO BRANCO (TREVISO) - «Tieni stretto Simone». Poco prima dell’investimento del nipotino nel cortile di casa, nonna Valentina aveva fatto una raccomandazione: di ritorno da una gita in montagna, si era rivolta alla famigliola chiedendo attenzione prima di parcheggiare l’auto. Poche parole mormorate così, anche solo per abitudine, prima di innestare la retromarcia. Questo dice molto sulle premure che la donna, di professione assistente alla persona nella casa di riposo di Zero Branco, riservava ai suoi nipotini.

Ma Simone - lo hanno ripetuto ieri anche gli stessi Olga e Iurie - era un bambino pieno di gioia e come tale era veloce a muoversi da una parte all’altra della stanza. Nel cortile della loro casetta a schiera a due passi da un laghetto privato, la famiglia aveva creato un parco giochi dove il bimbo aveva già iniziato a giocare spesso e volentieri, sempre sotto lo sguardo attento dei genitori, oppure - appunto - di nonna Valentina.Quelle attenzioni ieri sera non sono bastate: la mamma si è voltata una frazione di secondo per appoggiare un oggetto a terra, il padre ha perso per un attimo la manina di Simone. Così la tranquillità di una serata estiva si è trasformata improvvisamente in un incubo. La disperazione I vicini di casa, di mercoledì sera, ricordano soprattutto le grida. «Non le dimenticheremo mai. Nessuno qui è riuscito a dormire» dicono all’indomani. Mentre i soccorritori erano piegati sul corpicino di Simone, piangevano in tanti. E questo nonostante nessuno di loro sapesse già che per il bimbo di un anno e dieci mesi non c’era più nulla da fare. Quando poi è stata comunicata la più triste delle notizie, è calato il silenzio.E nonna Valentina ha iniziato a gridare a squarciagola: «L’ho ucciso io. L’ho ucciso io». A tentare di rincuorarla sono intervenuti in molti, anche se tutti con la consapevolezza che contro un dolore simile non esiste rimedio. La solidarietà, comunque, è stata tanta e ieri è stato un viavai di parenti, anche venuti da altre zone.Ad assisterli, nel complesso marasma legato alle indagini, sarà l’avvocato Ermira Zhuri. «È una tragedia grandissima, qualcosa che non dovrebbe succedere». La vicina di casa fatica a trovare le parole mentre ripercorre con le lacrime agli occhi quanto accaduto la sera precedente.«Erano circa le otto e mezza e parte della loro famiglia era appena tornata dalla montagna. È sfuggito di mano in un attimo», spiega. «Le grida? Le abbiamo sentite chiaramente e siamo corsi tutti fuori appena abbiamo capito che stava succedendo qualcosa. Sono cose che non dovrebbero accadere, soprattutto a un bambino».Il legame con la famiglia di origini moldave è sempre stato forte fin dal loro trasferimento in via Tiveron. E, promettono, lo rimarrà. «Ci vogliamo bene come se fossimo un’unica famiglia. Siamo sempre stati uniti, ci aiutiamo in tutto. Era come se fosse anche il mio bambino. Gli volevo davvero tanto bene».I Chelaru abitano in quella casa da diversi decenni: ad arrivare per prima in Italia come badante è stata proprio nonna Valentina, che negli anni a venire ha portato con sé anche la madre, bisnonna di Simone. Da lì la famiglia è cresciuta, integrandosi perfettamente: Olga, la mamma del piccolo, lavora a Scorzé in una casa di riposo, mentre il papà, Iurie, nello stabilimento di un’azienda locale. Il piccolo Simone aveva cominciato a frequentare da poco l’asilo nido di Zero Branco.