Sarà la transizione presidenziale più turbolenta della storia della Colombia quella tra Gustavo Petro e Abelardo de la Espriella: da sempre una mera formalità, il processo si è trasformato in uno scontro senza esclusione di colpi, destinato a durare per l’intera legislatura. La fedele fotografia di un paese spaccato in due, considerando gli appena 250mila voti che hanno separato il candidato di estrema destra da Iván Cepeda: il margine più ridotto mai registrato in un’elezione presidenziale.
Neanche il tempo di partire e già il processo di transizione ha registrato, martedì, un brusco stop, senza con ciò pregiudicare l’insediamento previsto il 7 agosto.
A sferrare il primo colpo era stato El Tigre – così, scimmiottando “il leone” Milei, si fa chiamare de la Espriella -, il quale per due settimane aveva riservato al presidente uscente ogni genere di insulti: dall’accusa di aver presieduto il governo più corrotto della storia a quella, altrettanto infondata, di aver condotto il paese sulla soglia della bancarotta (con conseguente annuncio di tagli alla spesa sociale).
LA RISPOSTA DI PETRO non si è fatta attendere, con il suo rifiuto di riconoscere la «legittimità del governo entrante», in quanto il sistema informatico elettorale sarebbe stato manipolato dall’estero – a Los Angeles, attraverso una società israeliana – e con la convocazione di una manifestazione per il 20 luglio, quando si congederà dalla carica.












