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Greta Privitera

Il feretro di Ali Khamenei sepolto nella città natale, la preghiera è guidata dal primogenito Mostafa, non da Mojtaba Khamenei, mai più apparso in pubblico da febbraio

Al terminal dell’aeroporto di Mashhad, la scena è pronta da giorni. Centosessantotto zaini colorati sono allineati sul pavimento lucido, ciascuno con la foto di un bambino e un paio di scarpe posate davanti. È il memoriale per i bambini della scuola elementare di Minab, uccisi il 28 febbraio in uno dei primi raid israelo-americani, la strage più grande della guerra. Quando l’aereo civile scortato dal caccia tocca terra e la bara di Ali Khamenei viene scaricata, il corteo della Guida entra in questo corridoio di assenza: il «padre» della Repubblica islamica che saluta per l’ultima volta i propri «figli» martirizzati.

Mashhad è la città natale di Khamenei, ma è soprattutto la città dell’Imam Reza e del suo santuario, cuore spirituale dell’Iran. Il corteo accompagna la salma dell’ayatollah e quelle dei quattro familiari uccisi con lui, su un camion dalle pareti di vetro, simile a quello usato a Teheran, nel loro ultimo viaggio verso la sepoltura. I feretri, avvolti nella bandiera della Repubblica islamica, scorrono lenti, visibili da ogni lato. Come a Teheran, a Qom, nelle tappe irachene, i media ufficiali parlano di «milioni» di persone venute a dire addio all’uomo che per trentasette anni ha guidato il Paese, e accostano le immagini a quelle del funerale di Ruhollah Khomeini nel 1989, la matrice mitica a cui tutto deve somigliare.