Seveso (Monza e Brianza), 9 luglio 2026 – Un grande pioppo, un tronco rugoso, largo quattro metri, muto e possente, con qualche ramo spogliato dal caldo e dagli anni, almeno settanta, che ha accumulato. Accanto al gigante, la figura del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che questa mattina renderà omaggio alla tenacia di un popolo rinato dal più grande incidente chimico dell’Europa Occidentale, che ha insegnato a tutti come l’ambiente e l’uomo non siano risorse da sfruttare all’infinito. Quella pianta, la sola della zona a sopravvivere al veleno, sta in mezzo a un parco, sotto cui riposano, in vasche confinate, i resti del disastro.

Il racconto di un disastro atroce

Il 10 luglio 1976, alle 12.27, un disco d’acciaio dentro un camino si rompe di schianto, sotto la pressione di un reattore fuori controllo. Si produce un disinfettante, il triclorofenolo. Non c’è raffreddamento automatico. Non c’è termostato, ma solo un manometro per la pressione. Il mostro ha nella pancia le sostanze intermedie, pronte alla produzione del lunedì.

Nel reparto B, solo uomini della manutenzione e una ditta in appalto. Si accorgono troppo tardi di quel che sta avvenendo. Manovrano per evitare il peggio. Ma la fuga durerà mezz’ora. A mano, senza strumenti, cercano di fermare il ciclone. Dall’alto del capannone curvo, rivestito d’amianto, un sibilo lacera l’atmosfera. Una nube dal colore indefinibile, l’odore di bruciato che si diffonde nell’aria calda e deposita un velo invisibile sui tetti delle case, sui campi, sulle vite di qualche migliaio di brianzoli, sui giovani in piscina a godersi il sabato e sui vecchi negli orti, nelle stalle e nei laboratori dei mobilieri. Foto di archivio dopo il disastro del 1976