Ciò che è capitato al recente congresso nazionale della Uil non può e non deve passare sotto silenzio. Il concreto svolgimento congressuale dello storico sindacato laico/socialista ha impresso, forse, una accelerazione del processo dell’unità sindacale. Un’unità sindacale che era, è e sarà sempre necessaria ed indispensabile per il nostro paese, per la vita dei lavoratori, per il futuro dei ceti popolari, per la solidità delle nostre istituzioni democratiche e anche e soprattutto per la qualità della nostra democrazia. Però, al contempo, se non vogliamo essere ipocriti o disonesti intellettualmente, questo obiettivo utile ma ancora del tutto virtuale dell’unità sindacale, non avviene per caso o per un colpo di sole. No, e anche su questo versante occorre essere chiari. Questo processo può ripartire - e l’esito del congresso della Uil è stato una tappa importante al riguardo - solo se viene respinta ed emarginata la concezione di un sindacato che si è fatto partito e tassello di uno schieramento politico e che ragiona secondo logiche riconducibili alle pregiudiziali ideologiche e politiche.

Per dirla in breve e per essere ancora più chiari, si tratta della linea politica e del progetto sindacale che la Cgil, appunto il tradizionale e antico “sindacato rosso”, ha declinato in tutti questi mesi - e che declina tuttora, seppur con meno virulenza ed estremismo - che, di fatto, ha impedito di centrare l’obiettivo e il risultato di una vera ed autentica unità sindacale nel nostro paese.