Fabio Genovesi non è solo uno scrittore, è un cercatore di meraviglia. Nato a Forte dei Marmi, dove vive ancora oggi, ha conquistato da anni il pubblico e la critica, vincendo il Premio Strega Giovani nel 2015 con “Chi manda le onde” (Mondadori). E l’ha fatto restando sempre fedele alla propria vocazione, quella del narratore che ha imparato l’arte del racconto con la forma orale. Il suo ultimo romanzo è “Mie magnifiche maestre” (uscito nel 2025 per Mondadori). Mappa di un universo umano dove lo sbaglio è sacro e la vita un gioco bellissimo.Ma Genovesi è anche uomo di pedali e di sudore. Appassionato di ciclismo, per anni ha raccontato il Giro d’Italia; per la RAI, per il Corriere della Sera. Ed è proprio per raccontare il ciclismo che sabato 11 luglio sarà a Genova (Palazzo Lomellino, alle 19) per UlisseFest – la Festa del viaggio di Lonely Planet (dal 10 al 12 luglio).Genovesi, tempo fa in un’intervista ha detto che la vita è un gioco da giocare bene. Cosa intendeva?«La vita è spesso decisa, disegnata da cose su cui non abbiamo alcun controllo. Passiamo molto tempo a pianificare, valutare, riflettere, solo per trovarci, poi, a barcamenarci tra ciò che è successo nel frattempo. Tante cose nella vita sono determinate da una sorta di mistero, è questo che intendo. Perciò credo sia un gioco: non si può costruire niente di serio su queste basi».Eppure continuiamo a farlo.«È l’unica cosa che sappiamo fare, ma i progetti sono storie che raccontiamo a noi stessi per trovare sollievo dal caos, per riempire il tempo».Non crede che avere una visione della vita così caotica possa portare alla paura del futuro, all’ansia di cosa potrebbe accadere?«Dipende da come si affronta quest’idea. Se la si abbraccia o se la si combatte».E lei è sempre riuscito ad abbracciarla?«Da adolescente no. Però credo sia naturale: l’adolescenza è una terra di paure e insicurezze. Poi ognuno va per la sua traiettoria, e alcuni se ne allontanano».Lei che traiettoria ha preso?«Non ho moglie o figli. Non ho mai rispecchiato l’immaginario un po’ trito che vede gli uomini come padri di famiglia; a cena fuori con la moglie, in vacanza con i figli. Non sono tagliato per quella vita lì. Ma, in generale, non sono fatto per la vita sociale. Le dico questo per una ragione sola: ho preso una direzione per cui non ho persone di cui mi debba occupare direttamente e se la mia ansia per il futuro non è alle stelle, forse, è anche per questo».Farei un passo indietro: è stato un adolescente ansioso, quindi?«Avevo delle paure, degli imbarazzi. Però non ho mai sofferto particolarmente. Più che ansioso, sono stato un adolescente solitario».Solitario lo è ancora, sembra di capire.«Continuo a star bene da solo. Se esce un film che voglio vedere non chiedo in giro a chi vada di vederlo con me: ci vado e basta. Far le cose con altri per me non vuol dire farle meglio. Sì, la condivisione è bella, ma quel che preferisco è il momento in cui posso raccontarlo a chi non c’era. La malattia di chi scrive».“La malattia di chi scrive”. Quando è arrivata, la scrittura?«Presto, da bambino. A interessarmi, ricordo, era l’idea di trasformare qualcosa che emozionasse me in qualcosa che emozionasse anche altri».In casa si leggeva, c’erano libri?«No, ma ho avuto la fortuna di crescere tra grandi raccontastorie. Grazie a loro ho scoperto l’effetto di una storia ben raccontata; intendo il racconto orale. In casa non c’erano libri. Mia madre e mia zia avevano la seconda media, e loro erano quelle che avevano studiato di più. Ciononostante, sono cresciuto tra le storie. E le amavo molto. Amavo molto i racconti e la musica».La musica è stata importante per lei?«Sempre scritto e suonato canzoni. Sento che la musica mi appartiene molto più dei libri. I miei grandi maestri sono soprattutto musicisti, più che scrittori».Perché non ha tentato la carriera da musicista, allora?«Mi manca il talento, temo».Ha accennato a sua madre e a sua zia, che compaiono anche nel suo ultimo romanzo, “Mie magnifiche maestre”.«La mia fortuna è stata crescere in una famiglia grande in cui non c’erano altri bambini. Ero a disposizione di una lunga serie di persone felici di spupazzarsi quel piccoletto sempre allegro».Un luogo della sua infanzia a cui è affezionato?«Passavo tanto tempo al salone da parrucchiera di mia zia, tra permanenti, phon e lacche. Stavo seduto alla cassa, e ascoltavo i discorsi di queste donne adulte, conversazioni che non capivo ma che erano magiche per me. Una bella infanzia, piena di piccole meraviglie».Questo suo atteggiamento verso la vita se l’è guadagnato nel tempo o è innato?«L’ho ereditato da mia madre, una turista della vita. Lei ogni mattina si sveglia e sembra una bambina che va in gita. Ed è sempre stato così. La mia speranza è di assomigliarle, invecchiando».Ha letto i suoi libri?«Gli unici che abbia letto in vita sua. Dice che sono il suo scrittore preferito. E menomale, aggiungerei».Nei suoi libri spesso c’è la provincia. È un luogo che spinge alla fuga o è la forma iniziale dell’elastico, a cui poter tornare?«Le storie che mi appassionano di più sono racconti della provincia, e credo sia così perché è la necessità a farle nascere».Quindi il desiderio di fuggire non l’ha mai avuto?«Da ragazzo sì. Sono cresciuto a Forte dei Marmi, un posto che in estate è Las Vegas, per il resto dell’anno la Transilvania. Io e i miei amici lavoravamo agli stabilimenti balneari, e quando negli ultimi giorni di agosto la gente prendeva ad andare via noi toglievamo gli ombrelloni e li stipavamo nei magazzini. La loro funzione era finita. E noi ci sentivamo quegli ombrelloni».Oggi? La fuga le interessa?«Se intendiamo la fuga come movimento continuo, scoperta, visione, desiderio di allargare lo sguardo, sì: a quello sono interessato».I suoi strumenti per farlo?«L’affidarsi, lasciare margine alla casualità e all’improvvisazione. Secondo me sono strumenti potentissimi, perché ti fanno godere il viaggio. Invece, ormai, ho la sensazione che si cerchi di controllare tutto, di inseguire la performance a ogni costo. E trovo sia molto stancante, come modo di vivere. Io amo andare in bici, ad esempio. E uno degli aspetti più belli dell’andare in bici è il potersi guardare attorno, vivere quel momento. Invece, ormai, molta gente usa queste bici iper-tecnologiche, sul manubrio schermi come computer. Che senso ha?».L’andare in bici sta cambiando?«Sì, e non in senso positivo: a UlisseFest farò un monologo proprio su questo, su come sia cominciato tutto e su come stia cambiando. La bicicletta alla sua nascita era un’invenzione assurda, scriteriata. Temuta per tanti anni. Si diceva andasse troppo veloce, fosse pericolosa. Un mezzo infernale, sconsigliato alle donne, vietato ai preti. Si tenevano gare ciclistiche furiose, e capitava di tutto: si tiravano coltellate, buttavano chiodi dietro di sé per far forare gli altri. Oggi è tutt’altra cosa».Quando è nata questa sua passione?«In famiglia erano tutti appassionati di ciclismo, a partire da mio nonno. Il loro sogno era che diventassi un ciclista, che partecipassi al Giro d’Italia».Cosa è andato storto?«È stato chiaro fin da subito che non avessi il minimo talento ciclistico. Quindi sono diventato un ottimo appassionato e sono comunque soddisfatto. Ecco, a proposito dell’imprevedibilità di cui parlavamo prima: dopo anni a provare da corridore, sono finito al Giro d’Italia per raccontarlo per dei giornali. Ero così fiero all’inizio che andai al cimitero e lo raccontai a mio nonno».Ci racconta un momento che ha a che fare con la bici e a cui è legato?«Ce n’è uno a cui ogni tanto, ancora oggi, capita che pensi. Avevo fatto un giro piuttosto lungo; troppo lungo alla luce dei fatti. Ed ero andato in quella che si definisce crisi di fame. Non avevo mangiato abbastanza, e avevo dimenticato di portare con me qualcosa; non so, una barretta o un panino. Ero solo, era il giorno di ferragosto ed ero in aperta campagna, nei paesini lì intorno era tutto chiuso; non un bar, nulla del genere. Il deserto. Ho tirato avanti finché ci sono riuscito, e poi mi sono dovuto fermare: mi tremavano le gambe, avevo freddo sebbene ci fossero trentacinque gradi. Mi sono messo a bordo strada; pure se ero in mezzo al nulla, e le possibilità che passasse qualcuno erano scarsissime. Aspettando qualcosa, ma senza sapere cosa. D’un tratto, è arrivato un anziano signore, un contadino della zona. Ha capito la situazione, quindi mi ha portato della cioccolata e dell’acqua, e per un po’ siamo rimasti a chiacchierare. Piano piano mi sono ripreso; in situazioni simili senti il corpo che si rimette in moto. E sono ripartito. Ci sono affezionato perché è una grande lezione. Una lezione di umiltà, di umanità: puoi fare la differenza, aiutando qualcuno puoi davvero fare la differenza. E non intendo solo nel piccolo delle nostre vite, ma per quel che ci riguarda come società».
Due ruote per fuggire dal mondo - Il colloquio con Fabio Genovesi
Dal 10 al 12 luglio arriva a Genova UlisseFest, festa del viaggio di Lonely Planet. Lo scrittore, appassionato di ciclismo, racconterà la storia della biciclett







