L'incendio nel deposito Brt di Bovisa ha acceso i riflettori su un problema che l'industria della mobilità elettrica conosce bene: dentro ogni batteria al litio, anche quella delle bici elettriche, si nasconde una reazione chimica che, una volta innescata, è quasi impossibile fermare
Quando mercoledì sera è divampato l'incendio nel capannone Brt di via Don Giovanni Minzoni, alla Bovisa, i vigili del fuoco hanno impiegato poche ore per circoscrivere le fiamme che avevano avvolto gli ottomila metri quadrati del deposito di smistamento. Ma un problema, quello sì, non si è ancora risolto: due container contenenti biciclette elettriche hanno continuato a bruciare ben oltre lo spegnimento del resto del capannone, costringendo cinque squadre a lavorare senza sosta per raffreddarli e scongiurare esplosioni. Per capire perché due semplici container possano tenere in scacco un intero comando provinciale dei vigili del fuoco, bisogna guardare dentro le batterie che alimentano quelle biciclette (un po' come avviene con i powerbank in aereo), e capire come funziona un fenomeno che gli ingegneri chiamano fuga termica.
Una batteria non brucia come la legnaLe biciclette elettriche, come la stragrande maggioranza dei dispositivi a batteria che usiamo ogni giorno, si affidano a celle agli ioni di litio. Dentro ciascuna cella si trovano due elettrodi, separati da una sottilissima membrana porosa e immersi in un elettrolita liquido altamente infiammabile. È proprio la combinazione di questi tre elementi a rendere il litio la chimica più efficiente per immagazzinare energia in poco spazio, ed è la stessa combinazione a renderlo pericoloso quando qualcosa va storto.A differenza di un pezzo di legno o di un serbatoio di benzina, una batteria al litio danneggiata non ha bisogno di una fiamma esterna per continuare a bruciare. Se il separatore tra i due elettrodi si rompe, per un urto, per un difetto di fabbricazione o semplicemente perché esposto a temperature troppo alte, i due poli della cella entrano in contatto diretto. Il risultato è un cortocircuito interno che genera calore in una frazione di secondo, calore che a sua volta danneggia le celle vicine e innesca lo stesso cortocircuito anche in loro. Gli specialisti chiamano questo effetto domino thermal runaway, fuga termica: una reazione che si autoalimenta e che, superata una certa soglia di temperatura, diventa impossibile da interrompere semplicemente togliendo corrente o spegnendo un incendio esterno.










