Sam Raimi aveva capito una cosa che oggi, a Hollywood, non capisce più nessuno: il sangue, per terrorizzare e far ridere nello stesso istante, deve essere finto in modo sfacciato. Deadite che sghignazzano, teste che rotolano, motoseghe che partono a manetta. Uno sberleffo. Una risata che viene dall'inferno e ti prende a schiaffi.
La Casa – Il rogo del male, di Sébastien Vaniček, quella risata la trasforma in un funerale. E il morto è il film stesso. La trama, sulla carta, ha perfino una sua dignità. Alice è una vedova. Il marito è morto, il matrimonio era difficile, violento, e la famiglia acquisita non l'ha mai accettata. Arriva nella casa isolata dei suoceri in cerca di conforto e trova, ovviamente, il Libro dei Morti. Da lì in poi il copione lo conosciamo: i parenti diventano deadite uno a uno, e uno a uno vanno tolti di mezzo. Il problema è che Vaniček scambia la pesantezza per profondità. Ti mette in scena il lutto, il trauma familiare, l'abuso coniugale, e li usa come zavorra "seria" per rovesciare immediatamente, nello stesso frame, con trovate ironiche di dubbio gusto. Il risultato è un film che non ha nessuna intenzione, perché non ne ha gli strumenti, di reggere davvero questi temi. Il risultato è scontato: un horror appesantito, lentissimo a carburare, lontano parente di quel Evil Dead Rise (La Casa – Il risveglio del male) di Lee Cronin che invece con gli stereotipi di Raimi ci ha giocato con rispetto, infilandoci dentro qualche idea nuova e qualche citazione extra ai grandi del passato (Kubrick-Shining, con la scena dell'ascensore).











