La vittoria più abbacinante contiene il seme della sconfitta più orrorosa. Nessuna legge trova un’applicazione più frequente. Soprattutto nel mondo del calcio. L’Italia è passata dal centro alla periferia del pallone senza neanche rendersene conto. Il 9 luglio di 20 anni fa Fabio Cannavaro alzava al cielo di Berlino la Coppa del Mondo. Un successo insperato che è stato tante cose insieme. Inizio e fine, sogno e rimpianto, incantesimo e maledizione. Ma è stata soprattutto l’ultima notte analogica della penisola.

Per l’Italia c’è un solo Ulisse possibile, ma i Gattopardi battono sempre i Maldini

scrittore

L’iPhone non è ancora stato presentato. Facebook non si è ancora appropriato del tempo libero dei suoi utenti. I maxischermi spuntano ovunque. Da Aosta fino a Palermo. È un modo per spezzettare in parti non uguali una gioia o un dolore che sarebbero stati troppo grandi da maneggiare nei propri salotti. Quella «sera è morto il vecchio televisore, quello quadrato, con gli angoli arrotondati» scriverà Aldo Grasso. Ed è vero. La finale contro la Francia diventa rito comunitario, messa laica. La vittoria ai rigori un orgasmo collettivo. Per l’ultima volta chi guarda la partita fa quello e basta. Senza interruzioni, stati da aggiornare, foto da postare.