Poche settimane fa, viene annunciato e immediatamente distribuito un film confezionato ad hoc per fare polemica. L’opera in questione è “Citizen Vigilante”, un action diretto da Uwe Boll con protagonista il redivivo Armie Hammer. La trama è semplice: un americano residente in una non precisata città europea decide di farsi giustizia da solo dopo aver assistito ai vari crimini commessi da un gruppo di extracomunitari. Date le premesse, è facile intuire dove si voglia andare a parare. Alla sua uscita, il film fa discutere, una discussione che nasce e muore online. Succede però che in Germania, visti i temi trattati, diversi cinema iniziano a bloccarne la proiezione ed è così che nasce il caso mediatico che sta cercando di monopolizzare il dibattito pubblico.

Inutile spiegare che la Germania ha delle leggi precise sull’istigazione all’odio razziale e che il film sia stato fatto ad arte per stimolare la reazione scontata delle autorità tedesche (il film è un goffo exploitation basato sugli episodi di aggressione sessuale a Colonia del capodanno 2015, sfruttati dieci anni dopo per fare incassi), è bastato il provvedimento di censura per scatenare orde di Uruk-hai vannacciani, d’Oltreoceano e nostrani. E infatti i nostri coraggiosi remigrazionisti – gli everybodyvivaelduche che grazie agli ultimi sviluppi politici hanno iniziato ad alzare la testa – si sono mobilitati per difendere e diffondere il film maledetto, la pellicola che oltre a denunciare i crimini dei migranti adesso deve farsi carico anche della crociata per la libertà di pensiero. Peggio delle culture wars del 2016 c’è solo il tentativo di riproporle dieci anni dopo, e ora che agli offesi della sinistra universitaria si sono sostituiti i nazistelli trumpiani si può dire che, alla fine, ci è andata malissimo.