VENEZIA - «Da Venezia, città della cultura e vetrina internazionale, può levarsi più forte il grido di pace per la Terrasanta». A dirlo è il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ieri e oggi in visita al Patriarcato di Venezia, con tappa anche a Jesolo. È stata l’occasione per portare testimonianza di cosa stia accadendo nella Striscia di Gaza messa in ginocchio dalla guerra.
«Nonostante il cessate il fuoco la situazione resta di estrema gravità dal punto di vista umanitario – ha detto Pizzaballa, accolto a San Marco dal patriarca Francesco Moraglia –. Il 7 ottobre 2023 è stato un trauma profondo nella società israeliana e la reazione è stata molto dura. A Gaza hanno perso tutto. Se non c’è la fame dei mesi scorsi, il problema più grave è la mancanza di infrastrutture. La gente vive nelle tende, senza fognature, invasa dai topi. Mancano le scuole, qua e là si cerca di riprendere la didattica, ma le difficoltà sono tante. E gli ospedali funzionano parzialmente. Il senso di precarietà è forte». Il cardinale di origini bergamasche, 61 anni, ha ricordato che a Gaza i cristiani rimasti sono 541: «Durante la guerra si stava in modalità sopravvivenza. Adesso vengono fuori tante domande: quando finirà? Che ne sarà di noi? I medici ci dicono che c’è bisogno di sostegno psicologico ai bambini: sono tutti traumatizzati. Sia tra gli israeliani che tra i palestinesi c’è un clima di sfiducia reciproca in cui tutti si sentono minacciati nella loro esistenza». Pizzaballa ha sottolineato che «in Cisgiordania si deciderà il futuro della questione. Gli insediamenti si espandono e crescono, le aggressioni dei coloni sono continue, la vita ordinaria pesante, gli spostamenti limitati e il tasso di violenza in progressiva crescita. È molto difficile capire se e come finirà, e cosa sarà in futuro. Noi abbiamo iniziato a rimettere in piedi una scuola a Gaza, a ciclo completo, perché la formazione e l’educazione devono essere una priorità. Abbiamo iscritti 500 bimbi, vogliamo raddoppiarli. Si fa scuola ma anche si distribuiscono i pasti e si cerca di ricostruire una comunità». VERSO IL VOTO Secondo il cardinale «se dalle istituzioni i segnali di speranza sono pochi, dalla società civile invece ne stanno emergendo tanti, dobbiamo coltivarli, specialmente quelli che arrivano dai giovani. Alle prossime elezioni dopo l’estate vedremo chi ha il consenso. In questo clima può emergere la tentazione di affidarsi all’uomo forte. Hamas non è così popolare, c’è voglia di cambiamento. Ma la situazione è fluida, le previsioni difficili. Certo è che le ferite sono profonde, i tempi di riconciliazione non saranno brevi». Dopo le tensioni dei mesi scorsi con il divieto di celebrare la Pasqua, Pizzaballa ha spiegato che ora «il rapporto col governo è corretto. Ci sono stati fraintendimenti, ma bisogna tenere i canali aperti e andare avanti per il bene comune». Da qui l’appello «a riprendere per quanto possibile i pellegrinaggi nelle terre del Signore. Si stanno ripristinando i voli. Non torneremo alla situazione precedente, però ci auguriamo maggiore stabilità. Tante famiglie non lavorano più da tre anni». Infine, un monito: «La speranza di pace può partire dalla società di civile, dall'impegno di ciascuno nel costruire qualcosa di bello e vero. Un linguaggio violento crea esclusione, rifiuti, contrasti. Venezia può aiutarci a rendere il messaggio più forte». In mattinata, il cardinale aveva salutato le autorità, in testa il sindaco Simone Venturini e il prefetto Darco Pellos. Nel pomeriggio, dopo una serie di incontri, si è spostato a Jesolo dove ha celebrato messa e partecipato a un dibattito pubblico in piazza Mazzini. Oggi l’ultima tappa della visita a Venezia con la messa nella basilica della Salute.







