A un anno dal suo insediamento, Leone XIV è già nella Storia. I viaggi apostolici in Africa e in Spagna mostrano Father Bob perfettamente a suo agio nella veste talare bianca, un leader con una propria connotazione, non più definita per contrasto con il vulcanico predecessore sudamericano. E dire che la sua elezione aveva suscitato grande sorpresa, e non in senso positivo. Un americano? E non un americano effervescente come Tim Dolan, ma un tipo riflessivo, incline, si sarebbe detto, a sopire dopo le turbolenze creative di Francesco.

EPPURE NON È STATA affatto una sorpresa, se è stata, come racconta Massimo Franco in Papi, dollari e guerre (Solferino, pp. 368, euro 22), il punto di arrivo coerente di una lunga e complicata storia, americana e transatlantica. Il filo narrativo che lo spiega meglio è quello del denaro. Nel libro è affrontato con il realismo che merita: il Vaticano, se è indebolito, quando si trova a eleggere il successore di Francesco, lo è anche per ragioni economiche. Il tema dei conti che non tornano è da tempo motivo di divisioni interne, ma anche ragione di riposizionamenti da parte del potere di Roma rispetto agli episcopati più importanti e meglio equipaggiati con i soldi, come quello statunitense. La perdita di centralità dell’Europa cattolica e dei suoi episcopati, quello italiano in particolare, procede con la crescita del ruolo dell’episcopato americano. E dei suoi dollari.