Il primo testo programmatico del pontificato in corso, Magnifica Humanitas, dice due cose di Leone. La prima, il Papa statunitense è in totale continuità teologica con il suo predecessore argentino. La seconda, Prevost non rinuncia a dire la sua sui temi caldi della politica estera, ricordando in questo senso Paolo VI che, nel celebre discorso all’Onu del 4 ottobre 1965, evocò Terenzio che scrisse che nulla di ciò che è umano poteva essergli estraneo. Leone ricorda che la Chiesa rimane esperta di umanità, chiamata a discernere ogni epoca a partire dall’uomo e per l’uomo. E chi, come Trump, auspica che si limiti a fare il Papa deve rassegnarsi. Essere vescovo di Roma, per Prevost, non significa chiudersi nel recinto ecclesiale, quanto intervenire su tutto ciò che riguarda l’uomo, guerre e conflitti compresi.
Leone è stato “visto” per primo da Francesco, che lo ha mandato prima come missionario in Perù, e poi lo ha portato a Roma alla guida dei vescovi. Magnifica Humanitas rende omaggio in lungo e in largo a Bergoglio, portando di fatto a compimento quel «tutti, tutti, tutti» con il quale egli richiamava la necessità che nessuno si senta escluso dal messaggio del Vangelo. Con Leone quel «tutti, tutti, tutti» ottiene una sua sostanza epistemologica, trasformando una semplice ripetizione nella prova reale che nessuno, per nessun motivo, può essere lasciato fuori.







