Il 10 luglio del 1976 era un sabato. La moglie e la figlia erano in vacanza e lui, Vittorio Occorsio, 47 anni, a Roma stava per andare a piazzale Clodio, nel suo ufficio in procura. Mancava pochissimo alle ferie (giudiziarie). Tre anni e un giorno dopo, con la famiglia in vacanza, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, a Milano stava tornando a casa da una cena con gli amici.
Sono gli ultimi istanti di un magistrato e di un avvocato che hanno sacrificato la propria vita, i propri affetti, non solo al proprio lavoro ma a un senso di giustizia così alto che anche ora mezzo secolo dopo brilla. In quel Paese che, per dirla con Bertold Brecht, non dovrebbe avere bisogno di eroi per essere beato. Ma che è costretto a ricorrervi, soprattutto allenando la memoria, per non dimenticare un tratto di storia gravido di sangue e di misteri.
Vittorio Occorsio (9 aprile 1929 – 10 luglio 1976): il magistrato perse la vita nell’attentato a Roma, tra via Mogadiscio e via Giuba
Vittorio Occorsio era un liberale non allineato che si attirò anche le critiche (pesanti) di Magistratura Democratica che non gli perdonò di aver messo nel suo mirino la rivista Potere Operaio e il suo direttore Francesco Tolin. Ma Occorsio fu colui che ricostruì meticolosamente, pezzo dopo pezzo, passo dopo passo, personaggio dopo personaggio, le trame eversive dei movimenti dell’estrema destra. Non solo Ordine Nuovo che portò alla sbarra per ricostituzione del partito fascista e che fu sciolto nel 1973 dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani: la prima applicazione della legge Scelba. Occorsio aveva intravisto una rete ben più pericolosa per l’assetto costituzionale del Paese che portava fino a Licio Gelli.










