Occidente

Enrico Cerchione

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In un intervento recente all’ARC (conferenza internazionale dell’Alliance for Responsible Citizenship, nata per difendere i princìpi della responsabilità individuale e dell’eredità culturale occidentale), Katharine Birbalsingh ha messo a fuoco uno dei meccanismi più pericolosi della nostra cultura contemporanea. La fondatrice e preside della Michaela Community School (una scuola in un quartiere londinese molto svantaggiato, con un’utenza prevalentemente di origine immigrata e con alto tasso di povertà, rendendola un modello di disciplina e risultati) ha sostenuto che quando l’educazione insegna ai giovani soprattutto il senso di colpa per la propria storia e la propria civiltà, invece di trasmettere orgoglio sano e fiducia nel proprio retaggio, non lascia loro nulla di solido da difendere. Li rende fragili, incerti e incapaci di trasmettere alle generazioni successive un motivo profondo per amare e proteggere ciò che hanno ricevuto.

Questo meccanismo non riguarda solo il piano psicologico individuale. Ha prodotto effetti collettivi profondi. Decenni di educazione improntata al senso di colpa, all’autocritica permanente e alla narrazione dominante del colonialismo, dello schiavismo e dell’oppressione come essenza della storia occidentale, hanno contribuito a formare intere masse di giovani e non solo che guardano alla propria civiltà con diffidenza o aperto risentimento. Si è così creata una generazione che, pur beneficiando quotidianamente delle conquiste dell’Occidente (dalla scienza alla medicina, dal diritto alla prosperità materiale), si è educata a considerarlo soprattutto come fonte di male storico. Il percorso ideologico è stato lineare. Si è partiti da una legittima critica al colonialismo e da un terzomondismo spesso ingenuo, si è passati attraverso forme sempre più radicali di odio verso sé stessi in quanto occidentali, fino ad arrivare, in alcuni casi, a giustificare o apertamente parteggiare per i peggiori nemici della civiltà liberale. Così è accaduto che una parte non trascurabile del mondo educativo e universitario occidentale abbia finito per vedere in gruppi terroristici come Hamas non dei criminali che massacrano civili, ma degli “attori rivoluzionari” in una presunta lotta di liberazione. Si è arrivati a difendere, o quantomeno a non condannare con chiarezza, chi pratica lo stupro sistematico, l’omicidio di bambini e la strage di civili inermi, purché questi atti siano compiuti contro un bersaglio considerato “occidentale” o alleato dell’Occidente.