Il sistema italiano di tutela dei minori attraversa una profonda emergenza. Non passa mese senza che la cronaca accenda i riflettori sui traumi che colpiscono i più piccoli. Le vicende di strutture sequestrate per maltrattamenti - dalle gravi accuse a Lecce sulle prestazioni imposte ai ragazzi, fino alle condanne per gli abusi a Rocca di Papa - scuotono periodicamente l’opinione pubblica.

Più di recente, i media si sono occupati di Chieti o le sparizioni di adolescenti fuggite di notte da una Comunità abruzzese. Questi fatti drammatici non devono però spingere verso una caccia alle streghe. Puntare il dito contro il settore è un errore. La stragrande maggioranza delle comunità educative lavora ogni giorno con immensa dedizione, compensando le carenze dello Stato . Il vero problema risiede nelle scoperte lacune della nostra legislazione. I tribunali per minorenni si trovano legati da norme obsolete, che impediscono di intervenire tempestivamente di fronte alle inadempienze delle singole strutture. Non serve un clima di sospetto.

È invece urgente varare una riforma strutturale basata sulle competenze e sulla collaborazione istituzionale. La prima grande proposta della riforma dovrebbe prevedere una svolta terapeutica: l’introduzione per legge del “supervisore clinico”. Questo professionista laureato o in psicologia o in psichiatria dovrà essere presente in ogni casa famiglia, senza compiti di gestione amministrativa. Il suo ruolo sarà esciusivamente incentrato sulla vigilanza della salute psicologica e sul benessere emotivo dei minori ospiti. Inoltre farà da fondamentale collegamento scientifico tra educatori interni, i servizi sociali e i giudici del Tribunale. Troppo spesso gli educatori vengono lasciati soli a gestire situazioni di grave disagio emotivo estremo.