La consacrazione di nuovi vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, celebrata a Écône il 1° luglio 2026 senza mandato pontificio, segna l’interruzione del dialogo avviato dopo la rottura del 1988. Sarebbe però un errore leggere questa vicenda come una semplice disputa su riti e cerimoniali. La liturgia è soltanto il volto più visibile di una divergenza ben più profonda. Riguarda il Concilio Vaticano II e, soprattutto, il rapporto tra tradizione, autorità e sviluppo della dottrina cattolica.
Per la Fraternità fondata da mons. Marcel Lefebvre, il Concilio ha segnato una rivoluzione, allontanando l’istituzione confessionale dalla tradizione. Per i vertici ecclesiastici rappresenta un intervento riformatore che, attraverso nuovi strumenti pastorali, conserva intatto il deposito della fede, aggiornandone il linguaggio e le modalità della sua trasmissione. I lefebvriani respingono questo presupposto, ritenendolo espressione di un pericoloso indifferentismo. Lo attesta, tra gli altri, il giudizio sull’incontro interreligioso di Assisi del 1986, voluto da Giovanni Paolo II. Per Lefebvre fu «l’evento storico che più di ogni altro ha umiliato la Sposa di Cristo mettendola sullo stesso piano delle false religioni»: una sola pace è possibile, la Pax Christi in Regno Christi. Non è un caso che, dopo poco tempo, decidesse di consacrare i primi quattro vescovi, inaugurando la frattura che oggi si ripropone con il richiamo allo «stato di necessità»: di quelli investiti nel 1988, solo due sono ancora in vita e in età avanzata.






