È italiano, ma si nascondeva in Spagna e lavorava per la galassia dell’hacktivismo filorusso. Ci sono tutti gli ingredienti per una spy story dietro l’arresto di un hacker italiano di 34 anni in grado di beffare per lungo tempo le cyberpolizie europee e statunitensi, ma finito in manette a Palencia, nella zona centrale della Spagna.
Il suo nome non è stato reso noto, ma il profilo sì. E se il quadro investigativo fosse confermato, sarebbe uno degli anelli di snodo della rete di collettivi hacker della galassia filorussa che per anni, anche in Italia, hanno regolarmente mandato a gambe all’aria siti web di ministeri, aeroporti, porti, enti, infrastrutture strategiche con attacchi Ddos (Distributed Denial of Service).
Le firme sono le più note della galassia hacker che guarda al Cremlino: CyberArmy of Russia Reborn (CARR) e Z-Pentest, spesso coinvolte nelle “campagne” dal collettivo NoName057(16). Ai più, i nomi diranno poco. Ma in realtà si tratta delle bestie nere di chi cerca di proteggere sistemi e dati dagli attacchi. Non si definiscono hacker, ma hacktivisti, cioè militanti politici che usano l’hacking come strumento di pressione o protesta e giurano di non essere a libro paga del Cremlino, sebbene ben allineati alla macchina della propaganda russa. Molti della galassia, assai composita dell’attivismo hacker, storcono il naso e ci credono poco, e gli investigatori di diversi Paesi altrettanto.













