LOVE LETTERS (DES PREUVES D’AMOUR)di Alice Douard,Francia, 97’Tre donne e un film. Tre donne e un bambino che deve nascere. Tre donne anzi quattro, la quarta è la regista di questo esordio autobiografico che ha molti meriti diversi. Intanto mette forse per la prima volta in scena non solo le emozioni ma le difficoltà, le ansie, gli obblighi legali e perfino burocratici cui deve sottostare una coppia di giovani donne decise ad avere un bambino. Perché se è solo una delle due, ovviamente, a partorire, l’altra dovrà adottarlo legalmente, come vuole la legge francese. Ma perché lo Stato approvi l’adozione occorre riunire almeno quindici testimonianze scritte («Possibilmente non tutte coppie lesbiche», suggerisce ironica la consulente legale) che certifichino la solidità e in qualche modo l’idoneità della coppia a diventare genitori. Questo fino al 2021, ora le cose sono più semplici.Poi mette a fuoco con maturità stilistica ed emotiva non comuni le sue protagoniste e il piccolo mondo parigino che le circonda, sfuggendo alle trappole del “film-dossier”, come ha suggerito certa critica francese (il solito fuoco amico), sterzando spesso in direzioni impreviste. Fino a illuminare, poeticamente, non solo i sentimenti complessi vissuti dalle due future madri, Nadia (Monia Chokri), colei che è incinta, e Céline (Ella Rumpf), trasparente alter ego della regista. Ma anche il variegato quadro emotivo che lega la stessa Céline a sua madre Marguerite (la sempre fantastica Noémie Lvovsky), famosa pianista, apparentemente più devota a Beethoven e Chopin che a sua figlia, anche se come sappiamo l’apparenza inganna.Ed è qui che l’esordio della dotatissima Douard, scoperto alla Semaine de la Critique di Cannes 2025, lascia davvero il segno. Uscendo dai confini del “film di comunità” per abbracciare l’essere genitori e l’essere figli in un solo movimento, nel senso musicale del termine (la musica è fondamentale, Céline non suona come sua madre ma è una dj). Ovvero trovando in ciò che è nuovo, una donna che diventa madre di un figlio senza partorirlo, ciò che è senza tempo (in fondo è ciò che succede da sempre ai padri, come suggeriscono con grazia e con humour diverse scene, tra cui quella in sala parto). E poi, insomma, cosa significa avere un figlio? Quali aspettative, sociali e familiari, bisogna affrontare, cosa siamo disposti a sacrificare? Domande eterne, a cui Douard dà risposte nuove. Profondamente iscritte nella nostra epoca fin dal potente incipit – niente immagini, solo suoni - costruito sull’approvazione in Francia della legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, nel 2014. Da non perdere.
Due mamme un bambino - La recensione di "Love letters"
Amore e burocrazia, famiglia e testimoni. In un film che trova risposte nuove e universali alle domande di tutti i genitori








