Alle prime ore dell’8 luglio 2026, a Kiev, il tempo non è stato scandito dagli orologi ma dal suono delle detonazioni. Almeno cinque forti esplosioni hanno rotto la notte della capitale ucraina, mentre in cielo tornava a materializzarsi uno degli incubi più ricorrenti di questa guerra: l’attacco missilistico contro una grande città europea che, a oltre quattro anni dall’invasione su vasta scala russa del 24 febbraio 2022, continua a vivere tra sirene, rifugi e allarmi ripetuti. In quelle stesse ore, a Ankara, si apriva il vertice della NATO, con in agenda le parole del segretario generale Mark Rutte e il faccia a faccia più atteso della giornata, quello tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Due scene lontane, ma in realtà inseparabili: da una parte la città sotto attacco, dall’altra il tavolo dove si discute se e come difenderla meglio.

Secondo quanto riferito dal sindaco Vitali Klitschko, la capitale è stata colpita da missili balistici. Il primo messaggio politico, prima ancora che operativo, è stato un appello netto ai cittadini: restare nei rifugi. Nelle comunicazioni diffuse durante l’attacco, Klitschko ha segnalato incendi in almeno due aree della città, con un rogo in una zona di stoccaggio e le fiamme in un edificio non residenziale situato sull’altro lato del fiume Dnipro. Le prime informazioni disponibili parlavano anche di almeno due feriti, un bilancio ancora provvisorio nelle ore iniziali e dunque da trattare con prudenza, come avviene quasi sempre quando i soccorsi sono ancora in corso e i danni devono essere verificati quartiere per quartiere.