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Andrea Pasqualetto

Sarebbe dovuto essere il veliero più grande, più veloce e più bello del mondo. Dopo 35 anni è solo un ingombro. Le peripezie dell'ultimo proprietario: «Volevo portarlo a Miami, me l'hanno impedito»

DAL NOSTRO INVIATOVENEZIA - In un canale di Porto Marghera, dove l’acqua è ferma e ha il colore del petrolio, c’è una strana imbarcazione. Non ha cabine, non ha timoni, non ha alberi. Lunghissima e sporca, galleggia solitaria fra capannoni industriali, camion e treni merci. Dalla fiancata pendono delle vecchie grosse cime. È uno scafo gigantesco e in buona parte chiuso, animato solo da stormi di piccioni che svolazzano sulla coperta. Ma questa barca in disarmo ha un’insospettabile storia e un nome: Bucintoro, come la galea di Stato veneziana ai tempi del Doge. Trentacinque anni fa ha rappresentato un sogno e il sognatore era l’imprenditore più visionario dell’epoca: Raul Gardini, allora al timone del gruppo Ferruzzi-Montedison.

Appassionatissimo di vela, innovatore e spregiudicato, Gardini aveva realizzato in quest’angolo di terraferma veneziana l’avveniristico cantiere Tencara dal quale uscì il Moro di Venezia capace di vincere la finale degli sfidanti della Coppa America del ‘92. E sempre dal Tencara sarebbe dovuto uscire il Bucintoro, il veliero più grande, più veloce e più bello del mondo. «Lunghezza 59,4 metri, larghezza 10,3, albero di maestra 72 metri, albero di mezzana 48 metri, pescaggio 8,2», annotarono gli ingegneri di allora. Un 60 metri di fibre speciali progettato da Germán Frers, top designer della nautica, mentre gli interni dovevano essere firmati da Gae Aulenti.