Il verdetto sui teatri

Primo mese a 1 €

Nicole Pellegrini (Reggio Soccorso) ha fatto rientro lunedì da Caraballeda "Ho visto un intero popolo aiutarsi a vicenda senza sosta. Non lo scorderò mai".

di Elia Biavardi "Quando Dio c’è non importa chi se ne va". Nicole Pellegrini quel foglietto lo conserva ancora oggi. Glielo ha messo in mano una ragazza venezuelana, nel caos delle operazioni di soccorso, mentre alle sue spalle c’erano i sacchi con i cadaveri recuperati dalle macerie. È uno dei ricordi più intensi che l’infermiera del Reggio Soccorso dell’Ausl di Reggio Emilia porta con sé dopo dieci giorni trascorsi a Caraballeda, tra le località più colpite dal terremoto che ha devastato il Venezuela. Partita il 26 giugno con la missione coordinata dalla Protezione civile italiana, insieme a medici e infermieri da tutta Italia, ha operato nell’ospedale da campo allestito vicino all’epicentro del sisma. Al suo rientro, lunedì, ci ha raccontato cosa significa lavorare in mezzo alla distruzione, tra fatica, collaborazione e storie struggenti che difficilmente si dimenticano. Come ha saputo che sarebbe partita per il Venezuela? "Avevo finito il turno di mattina quando il mio coordinatore mi ha chiamata attorno alle 17 chiedendomi se il mio passaporto fosse valido. Solo dopo mi ha detto che c’era la possibilità di partire per il Venezuela. Ho chiesto cinque minuti per pensarci, ma in realtà avevo già deciso. Due ore dopo era tutto confermato. La mattina lavoravo a Reggio, la notte ero in viaggio verso la base militare di Pratica di Mare e poche ore dopo su un aereo dell’aereonautica diretto dall’altra parte del mondo. All’inizio non ci credevo nemmeno, è stato tutto velocissimo ed era la mia prima missione". Qual è stata la prima immagine che le è rimasta impressa? "Avvicinandoci all’epicentro si vedeva la distruzione aumentare chilometro dopo chilometro. Prima qualche edificio danneggiato, poi interi isolati devastati. Arrivati al campo base sembrava non fosse rimasto più nulla. Mi ha colpito anche l’enorme dispiegamento di soccorritori e militari: posti di blocco ovunque, mezzi di ogni nazionalità, una quantità di risorse davvero indescrivibile". In quella distruzione le condizioni di lavoro saranno state complicate. "Proprio così. Operavamo insieme all’équipe venezuelana in un ospedale da campo ricavato da container comunicanti. Le difficoltà erano tante: la lingua, i protocolli diversi, i farmaci con dosaggi differenti dai nostri e, nei primi giorni, perfino la mancanza dei bagni chimici. I turni erano lunghi, con il peso del fuso orario e il continuo timore di nuove scosse che non è da dimenticare". Quali erano i vostri pazienti più frequenti? "I feriti estratti vivi venivano portati direttamente negli ospedali. Noi abbiamo assistito soprattutto chi lavorava senza sosta sulle macerie. C’erano persone che da quattro o cinque giorni scavavano alla ricerca dei propri familiari senza quasi bere o mangiare. Arrivavano completamente disidratate e crollavano dalla stanchezza, così come tanti militari". C’è una storia che non dimenticherà mai? "Ne avrei tante… Un uomo ad esempio arrivò con un forte dolore all’addome perché scavava da cinque giorni dopo aver perso due figli, la moglie, due fratelli e stava ancora cercando la madre. Dopo essere stato idratato riuscì finalmente ad addormentarsi per qualche ora. Era distrutto. Ma anche tutte quelle persone che ci mostravano le fotografie di un familiare chiedendoci di aiutarli a ritrovarli nonostante noi non potessimo intervenire direttamente nei crolli. Vivere situazioni del genere dal vivo è un’esperienza forte". Che cosa si porta a casa da questa esperienza? "Sicuramente la collaborazione e l’aiuto tra tutti. Lì, in quei momenti, Non contano la nazionalità o le differenze. Ricordo una ragazza che, vedendomi senza mascherina vicino alle macerie, me ne porse una senza dire nulla. Poco dopo un’altra mi mise in mano un foglietto con scritto: "Quando Dio c’è non importa chi se ne va". Lo conservo ancora. Ho visto un popolo intero aiutarsi senza sosta e senza nemmeno avere il tempo di piangersi addosso. E questo non lo dimenticherò mai".