Se Elly Schlein e Giuseppe Conte, da un po’ di tempo, li troviamo sempre insieme negli stessi posti, non è per concordia, ma per concorrenza: si marcano a vicenda. Non è la celebrazione dell’unità del cosiddetto campo largo, ma la rappresentazione plastica di una corsa parallela, in cui ciascuno tiene l’altro sotto osservazione. Una partita a scacchi. Se lei va a un appuntamento, c’è anche lui, e viceversa.

Lo si è visto in tante occasioni: per esempio lunedì al convegno dei cattolici inquieti, un ottimo bacino elettorale per entrambi, che infatti hanno giocato a chi è più sensibile a quelle istanze; poi a un dibattito sulla legge elettorale e ieri sera alla manifestazione a Napoli del partito unico Pd-M5s-Avs, con i riformisti sempre out: tanto prima o poi – pensano – verranno aggratis.

Al Nazareno e al quartiere generale dell’avvocato non si fa che chiedere: «Ma lui o lei ci va? E allora vengo anch’io». Oppure: «Che ha detto Conte? Che ha detto Schlein? E allora io mi differenzio». È una disfida permanente, minuto per minuto.

Non ingannino i bacetti, gli abbracci, i sorrisoni: i due non si odiano, ma neppure si amano. Ciascuno sa che l’altro o l’altra è un ostacolo serio per arrivare a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni permettendo. E dunque l’aria serena che la strana coppia vuole spargere cela un antagonismo fino all’ultimo colpo. Fino a che non resterà che uno, o una. La famosa sintesi cede il passo alla voglia di potere.