Si conclude stasera la rassegna Seven Springs della Scuola Holden. Per il party finale, alle 19, si esibiranno la violinista Anaïs Drago con il pianista Giuseppe Andaloro e il coro rock Vocal ExCess. Anaïs, l’esibizione per piano e violino segue un canovaccio o si parte dalla pagina bianca? «Mi vien da dire entrambe le cose. Ci siamo sentiti qualche volta parlando dei possibili terreni musicali comuni su cui muoverci, però restiamo pur sempre due persone che si incontrano per la prima volta, per cui la pagina è bianca». L’improvvisazione per lei è una sorta di missione? «Oggi posso dire di sì, ma mi vien da sorridere: dieci anni fa, quando dalla classica virai verso il jazz, ero l’esatto contrario». Perché sentì quell’esigenza?«Per un motivo che definirei infantile: mi sono resa conto che non sapevo suonare il jazz e impararlo fu una questione di orgoglio personale, così mi lanciai nella pratica dell’improvvisazione». E la passione per la canzone d’autore, con particolare riferimento a De André e Battiato, come nasce? «Per quanto non possa dire di essere cresciuta a pane e cantautori, in casa qualche disco circolava. Per approfondire quei repertori ho dovuto aspettare di svincolarmi dalla classica». Ha suonato anche con Ultimo, in passato: che esperienza è stata? «Bella, mi ha consentito di esplorare un mondo, un contesto, una modalità di fruizione della live music diversa da quella in cui mi muovo di solito. È stato un approccio molto professionale, non si è creato un vero rapporto tra noi». È il pubblico più giovane che ha incontrato in carriera? «No, perché propongo anche uno spettacolo per bambini, “La musica dei balocchi”, con l’attore Saba Salvemini. Partendo dai personaggi e dalla favola di Pinocchio li portiamo a contatto con la grammatica della musica: il piano, il forte, il crescendo, il rallentando. Spieghiamo ai piccoli cos’è un’orchestra, sempre attraverso il gioco, con una modalità da laboratorio». Un grande incontro è stato anche quello con Enrico Rava: cos’ha imparato dal Maestro? «Abbiamo suonato insieme solo mezz’ora, eppure mi ha insegnato tanto. L’opportunità è arrivata in un momento in cui stavo imparando cosa significa stare dentro l’improvvisazione. È stato un incontro così speciale che forse mi piacerebbe restasse unico, benché sotto sotto pensi che sarebbe bello si ripetesse». Si definisce sempre “violinista e performer”: cosa significa? «Che credo molto nella presenza scenica, sia quando sul palco ci sono io che quando assisto a un live. Mi piace l’idea che la performance artistica passi anche attraverso il corpo, non sola attraverso la voce o lo strumento». Quanti violini possiede? «Solo tre, due elettrici e uno acustico. Alla Holden porto quest’ultimo, per quanto sperimenti anche effettistica ed elettronica, da qualche anno sento il bisogno di tornare allo strumento acustico. È anche una questione di praticità logistica». Torino è stata importante nella sua formazione? «Sì, ho studiato lì all’Accademia Suzuki Talent Center, che quest’anno festeggia mezzo secolo. Non mi immersi in pieno nella città perché stando a Biella facevo la pendolare, mi ci fermai solo qualche giorno quando esondò la Dora e si fermarono i treni. Noi fuorisede fummo ospitati dalle famiglie dei nostri compagni». La Holden è un luogo di letteratura e scrittura: lei che lettrice è? «Leggo molto, soprattutto romanzi, ma in questo momento sono alle prese con Gioconda Belli, il suo diario racconta con poesia l’utopia della rivoluzione nicaraguense».