Aggiungi come fonte la Gazzetta del Sud

Ci sono momenti in cui la statistica cede il passo alla neurologia e la massa si trasforma in un organismo vivente. Il raduno di 250mila persone a Tor Vergata per il concerto di Ultimo non è stato solo un evento da record, ma un monumentale esperimento psicosociale a cielo aperto.Un rito collettivo, secondo Piero Barbanti, direttore dell’Unità Cefalee e Dolore dell’Irccs San Raffaele di Roma e professore di Neurologia all’Università San Raffaele, che analizza l’evento con la lente della scienza dell’anima e svela la sua verità: «Sotto quel palco i giovani non cercavano lo sballo, ma una disperata, salvifica e collettiva ammissione di fragilità».La "sincronizzazione emotiva"

Secondo Barbanti, la società vive un drammatico malinteso evolutivo: «Crediamo che essere felici significhi isolarsi nella propria comfort zone, ma è un’illusione. La vera felicità biologica e psicologica nasce solo dal vivere emozioni comuni e simultanee, cioè dalla “sincronizzazione emotiva”».

Un sentimento che «un tempo si creava a scuola o durante il servizio militare, ma che oggi si accende quasi esclusivamente negli stadi di calcio e nei grandi concerti. Perché 250mila persone si sentono bene andando al concerto e non ascoltando il disco in cuffia a casa? Perché hanno bisogno di mettersi in sintonia di fase con chi hanno accanto. È la ricerca di un’unione fraterna che ormai non troviamo più nemmeno a Capodanno», dice il neurologo.«Viviamo ossessionati dalla performance»