di Roberto Del Balzo
Ogni volta che si torna a parlare dei premi della letteratura italiana mi colpisce sempre la stessa cosa.
I libri sembrano quasi un dettaglio. A occupare la scena sono le cinquine, i favoriti, gli editori, le giurie, le esclusioni, le cordate vere o presunte. Si discute animatamente di chi vincerà e di chi avrebbe meritato di esserci. Poi arriva la finale, il vincitore sorride davanti ai fotografi, la fascetta gialla finisce sulla copertina e il meccanismo riprende a girare come il giorno prima.
Forse quella fascetta sposta qualche centinaio di copie, chi lo sa. La parte davvero interessante, però, è il circo dentro il quale quei libri vengono esposti.
Il racconto comincia molto prima del premio. Comincia nelle agenzie letterarie che selezionano ciò che appare pubblicabile. Negli editor che imparano a riconoscere ciò che può entrare in un catalogo senza creare troppo attrito. Nei festival dove ricompaiono sempre gli stessi nomi. Nelle recensioni scritte con la prudenza di chi preferisce non chiudersi nessuna porta. Nei salotti televisivi che trasformano anche lo scrittore in una figura rassicurante, pronta a raccontare la propria fragilità nei tempi previsti dalla scaletta, subito dopo la pubblicità.










