Rodolfo Belcastro
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Ad Ankara, la Nato firma i contratti prima di aprire il vertice. Non è un dettaglio di protocollo. È la notizia. Il Defence Industry Forum precede la sessione politica dei capi di Stato e di governo. Mark Rutte lo ha definito il più grande evento industriale nella storia dell’Alleanza: una “Big Reveal” al mattino, sessioni su droni, spazio e difesa aerea, e una Mass Signing Ceremony davanti alle telecamere. Accordi già negoziati, esibiti in pubblico. Per settant’anni i vertici atlantici hanno comunicato deterrenza con i simboli classici: la foto di famiglia, l’articolo 5, le bandiere allineate. Ad Ankara, il simbolo cambia. La deterrenza si mostra firmando ordini di produzione.
C’è una ragione, ed è scomoda. I soldi ci sono: secondo i dati Nato, gli alleati europei e il Canada hanno aumentato l’investimento nella Difesa di 139 miliardi di dollari nel solo 2025. Ma la conversione dei bilanci in potenza di fuoco è in ritardo. Camille Grand, segretario generale dell’industria europea del settore, ammette che la capacità cresce ma “probabilmente non” è ancora dove dovrebbe essere. Gli analisti sono più bruschi: in un conflitto ad alta intensità, l’Europa esaurirebbe in poche settimane i missili per la difesa aerea.










