Ogni anno, con una puntualità che avrebbe dell'ironico se non fosse tragica, l'Italia si scopre sorpresa dal grande caldo prima e dal maltempo poi, eventi inediti, improvvisi e devastanti. A gennaio 2026 la Calabria, la Sardegna e la Sicilia sono state travolte da eventi meteorologici di una violenza tale da spingere il governo a dichiarare lo stato di emergenza nazionale per dodici mesi, con danni superiori alla capacità di risposta degli enti territoriali. Nel Cosentino i fiumi sono esondati, le famiglie sono rimaste isolate, centinaia di persone sono state evacuate. E questo prima ancora che iniziasse l'estate, un'estate che gli osservatori meteo indicano come potenzialmente peggiore di quella, già leggendaria, del 2003.I numeri, quando si ha la pazienza di guardarli, raccontano una storia che nessuno vuole davvero ascoltare. In appena sei anni, tra il 2019 e il 2025, gli eventi di precipitazione violenta e le grandinate sono quasi triplicati in Italia, passando da 660 a 1670 episodi l'anno.
Il conto dei danni, tra il 1980 e il 2024, ha superato i 145 miliardi di euro. Quasi tre milioni di famiglie italiane vivono oggi in aree a rischio alluvione. Eppure ogni volta che i fiumi tornano nei loro argini e le prime pagine si svuotano, tutto questo smette misteriosamente di essere un'urgenza.Vorrei però allontanarmi, per una volta, dalla lettura più immediata e più comoda di questo fenomeno, quella che ne fa esclusivamente una questione di responsabilità politica, di mancati investimenti, di inerzia amministrativa. Tutto vero, naturalmente. Ma da pedagogista mi chiedo se non ci sia, sotto la superficie di questa rimozione collettiva, qualcosa di più intimo e di più inquietante: un meccanismo emotivo che abbiamo imparato, generazione dopo generazione, e che ha smesso di riguardare soltanto il clima per diventare il modo stesso in cui abitiamo le nostre vite. Mi spiego con una tesi che so essere scomoda. Non dimentichiamo l'emergenza climatica perché siamo distratti o superficiali.







