L’immagine che ha colpito di più al termine di Spagna-Portogallo e del meritato 1-0 che ha portato la Roja di De la Fuente ai quarti di questo disgraziato mondiale è stata la solitudine di Cristiano Ronaldo nel lungo tragitto campo-spogliatoi. Le lacrime, chiusa per sempre la sesta avventura iridata, con l’invidiabile record di 27 presenze e 11 gol – nel 2030, nell’edizione che coinvolgerà anche il suo Portogallo, CR7 avrà 45 anni -, erano annunciate. La camminata solitaria, dopo tormentati minuti trascorsi sul campo perché calpestare l’erba di quel palcoscenico per l’ultima volta aveva un significato particolare, non era scontata. I compagni, forse per una questione di rispetto, forse per la proverbiale riservatezza portoghese o forse perché avevano i loro pensieri per la testa, hanno lasciato solo Cristiano nel suo giro di pista conclusivo.

In quegli attimi, sui siti, nelle televisioni e nelle radio della nazione erano già pronunciate le parole d’addio al campionissimo. Rispetto, ammirazione, ma anche un senso di liberazione: le ultime annate di CR7 con la Seleçao sono state tormentate, dentro e fuori dal campo. Alla sbarra, dopo il ko con la Spagna, in cui il Portogallo ha mostrato ancora una volta un evidente complesso d’inferiorità nei confronti del vicino ingombrante, è finito il ct, Roberto Martìnez. Spagnolo, guarda quanto è strana la vita, anche se è ormai british, in parte per la moglie scozzese, in parte per scelte professionali e di vita. Martìnez, arruolato nel gennaio 2023, si è dimesso, ringraziando tutti e celebrando Ronaldo. Lo ha tenuto in campo fino all’ultimo, nella speranza di un colpo di coda e per manifesto rispetto nei confronti del campione, uno dei più grandi di sempre della storia del calcio (ma non il numero uno come CR7 ritiene di essere). Sono affondati insieme: l’abbraccio, alla fine, si è rivelato mortale.