La minaccia di un gene, se muta sono guai. Eppure è una favola finita bene quella vissuta da Maria Di Razza, 63 anni, informatica, ma per talento e passione anche regista (ha firmato, tra l’altro, il corto “Goodbye Marilyn” premiato in vari festival internazionali). Ed è lei, inconsapevole paziente oncologica, a raccontare come prevenzione e diagnosi precoce siano riuscite a scongiurare fatali conseguenze. «Un carcinoma silente mi aveva aggredita, ma la sanità pubblica mi ha salvata».

Partiamo dal Pascale?

«Sí, ho sperimentato la validità del protocollo di cui mi aveva parlato la mia amica Stefania Scala, ricercatrice del Pascale. I Gom (Gruppi Oncologici Multidisciplinari): oncologi, chirurghi, radioterapisti valutano insieme i casi complessi per definire il percorso diagnostico-terapeutico più adatto».

Lei fa riferimento a una “mutazione” genetica.

«Sì, in famiglia ci sono stati molti casi di tumore. E mia madre aveva il gene BRCA-1 mutato. Perciò ho fatto il test, per sapere se fossi portatrice della stessa mutazione: era positivo».