NEW YORK Il 15 e 16 luglio gli ambasciatori di Israele e Libano si vedranno a Roma per il prossimo round di colloqui sul piano in 14 punti firmato lo scorso 26 giugno a Washington, con gli Stati Uniti nel ruolo di mediatori e garanti. È il primo negoziato diretto tra i due Paesi da decenni, ma il cessate il fuoco resta fragile e Hezbollah non lo riconosce.
Ad annunciarlo, durante un incontro al Council on Foreign Relations, è stato l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, che ha reso noto anche un altro appuntamento: il 21 luglio il presidente libanese Joseph Aoun sarà alla Casa Bianca da Donald Trump, subito dopo l'incontro tra il presidente americano e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.Il ruolo dell'Italia nella crisi libanese non nasce oggi. Circa mille soldati italiani fanno parte del contingente Unifil nel sud del Libano, la missione Onu che dal 2006 sorveglia il confine con Israele. Ad aprile un convoglio italiano diretto a Beirut era stato colpito da colpi di avvertimento dell'esercito israeliano, un episodio che aveva spinto il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa Guido Crosetto a convocare l'ambasciatore israeliano a Roma, e la premier Giorgia Meloni a chiedere spiegazioni a Gerusalemme. Lo stesso Tajani aveva detto che, a guerra finita, l'Italia è pronta a contribuire con altri militari a una eventuale forza multilaterale di stabilizzazione, sul modello di Unifil.È in questo contesto, di impegno militare diretto e di canali diplomatici aperti con entrambe le parti, che va letta la scelta della capitale italiana come sede del nuovo round di negoziati. Tra Beirut e Gerusalemme la distanza resta però la stessa. Aoun lo ha ribadito in un'intervista al quotidiano An-Nahar: non incontrerà Netanyahu e non farà nessun passo indietro sul sud del Libano. Il giornale libanese ha anche smentito le voci di un possibile faccia a faccia tra i due, scrivendo che se Aoun e Netanyahu si trovassero nella stessa stanza il presidente libanese se ne andrebbe subito. Per Beirut prima devono cessare gli attacchi israeliani contro i civili libanesi e le violazioni del territorio nazionale, poi si potrà parlare di un incontro diretto.I nodi sul tavolo È una posizione che il presidente libanese ripete da mesi e che a Washington continua a scontrarsi con la strategia dell'amministrazione Trump, che vorrebbe invece accelerare su un vertice trilaterale. Dentro il Libano l'accordo del 26 giugno resta contestato. Hezbollah lo considera una resa e non intende disarmare, mentre a Teheran il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto che la pace in Libano non potrà reggere senza il ruolo dell'Iran, parole pronunciate durante un incontro con un alto funzionario di Hezbollah arrivato a Teheran per i funerali di Khamenei. Sul fronte opposto, i sostenitori del disarmo vedono nell'intesa l'occasione per ridimensionare il peso politico e militare del gruppo sciita.Ai colloqui di Roma si parlerà del ritiro israeliano dalle zone pilota nel sud del Libano, dove l'esercito libanese dovrebbe gradualmente prendere il posto delle truppe israeliane, condizione che Gerusalemme lega ai progressi concreti nel disarmo di Hezbollah. Netanyahu ha detto di recente di voler fare la pace con il Libano, ma solo dopo la sconfitta totale di Hezbollah, mentre l'ambasciatore Leiter insiste che il ritiro procederà per fasi legate ai risultati sul terreno, non a scadenze fisse. A Gaza, Hamas ha fatto un primo passo verso la cessione del potere.A Gaza City il portavoce Ismail al-Thawabta ha annunciato le dimissioni di Muhammad al-Farra, a capo del comitato di emergenza che governa la Striscia, e il passaggio di consegne al Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza, il Ncag, l'organo tecnico previsto dal piano Trump. Israele resta scettico: il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha parlato di un tentativo di copiare il modello Hezbollah, un governo civile per la gestione dei servizi mentre le armi restano altrove.










