Siamo solo al sette luglio (ma ferragosto percepito) e tocca fare il solito pezzo, sui condizionatori. Negli ultimi tempi impazza la polemica. Il sindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire, ha dichiarato che “l’aria condizionata individuale è una piaga”. Marine Le Pen l’anno scorso promise invece: se sarò eletta lancerò un grande piano di installazione di condizionatori. La clim pour tous. La destra gongola, chiaramente, le lasciamo pure questa tematica, come la sicurezza: la ventola di un condizionatore in movimento è più bella della Nike di Samotracia!E Giuseppe Conte? Col suo intuito poliedrico prometterà “gondizionadori per tutti, graduidamende”? E tutti i nuovi liberal americani tendenza Mamdani come la metteranno? Saranno pro o contro il condizionatore? E il Mamdani de noantri, il milanese Lorenzo Pacini, che predica un “socialismo municipale” dal suo Instagram, che dirà ai milanesi che magari non possono apporre il famigerato motore in facciata? Perché in Italia, tra le riforme impellenti, più che quella elettorale, o il presidenzialismo, andrebbero rivisti piuttosto i regolamenti di condominio: legati a un tempo passato. Anche non abitando a palazzo Serbelloni o a palazzo Doria Pamphilj ma spesso in edifici per niente artistici di periferie anche non gentrificate, il regolamento scritto in epoche in cui non era stata ancora inventata la penicillina vieta di apporre alcunché in facciata (ma che dovevano appendere ai tempi? Forse animali morti).Vietato oggi mettere il condizionatore, dunque, sia sulla via che in cortile. Allora tutti ci si attrezza come si può, col modello “senza unità esterna” (rumoroso e sferragliante, e con buco nella parete tipo Fréjus, che forse, moltiplicato, causerà piuttosto cedimenti strutturali del palazzo); o con l’ultimo ritrovato dei condizionatori ad acqua, che costano un botto, e quando sei lì lì per firmare il venditore ti dice: “Non si preoccupi, consuma solo mille litri d’acqua al giorno”, e anche il meno ambientalista, il vandalo che butta le cartacce dal finestrino, viene colto da un fremito green.Però, signora mia, il problema c’è: fa caldo. Non solo nelle case private, ma anche nelle scuole. Nelle scuole italiane da maggio si comincia a fare – chi può – lezione in giardino, perché si soffoca. Ma non è solo un problema di costi (certo, magari invece del “bonus facciate”, che già dal nome spiega il paese meglio di venti saggi di Salvemini, si poteva magari fare un piano di climatizzazione scolastica). E’ che il condizionatore è da sempre visto con sospetto. Nessuno d’inverno vitupera chi tiene i caloriferi accesi, ma d’estate, appicciare l’aria condizionata è ancora per alcuni come mettere la minigonna o il topless, come avere la macchina tremila di cilindrata ai tempi del superbollo.E’ peccato. Perché siamo ancora in gran parte un paese contadino: e dunque il gran terrore è piuttosto il freddo d’inverno, con memorie collettive e inconsce tramandate di inverni gelidi e la “monaca”, quel catafalco di legno col carbone acceso dentro, sotto le lenzuola, ad altissimo rischio incendio.Un po’ come succede con gli alberi, con le grandi città italiane che d’estate diventano forni roventi, e però d’inverno mica si pensa a manutenere il verde. No, ogni volta che si fa una piazza, si tolgono alberi secolari, e si mette cemento (come a piazza Augusto Imperatore e in tutta Roma), e, nei casi fortunati, si sostituisce l’albero di 100 anni e vasta ombreggiatura con l’alberello o cespuglio del Brico (che raramente sopravvive perché non innaffiato). Le motivazioni son le più varie, agli architetti e geometri star o non star generalmente l’albero non piace perché impalla il suo visionario progetto, alle amministrazioni nemmeno, perché poi devono manutenerlo. Le scuse pure sono le più fantasiose: “mettiamo alberi giovani!” (come se ti dicessero, guardi, demoliamo il Pantheon, che ha fatto il suo tempo, ma lo sostituiamo con una bella villetta prefabbricata, tutta in classe tripla A!).Che poi, volendo proprio sostituire, si trovano nei migliori vivai anche alberi belli grossi, ma, caso strano, non vengono mai scelti. Altra scusa formidabile: gli alberi sono a rischio caduta (magari perché gli si è scavato intorno, sotto, accanto, per decenni, senza peraltro mai potarli, dunque sono pesantissimi sopra e vuoti sotto); ma il mio preferito è “non si possono piantare perché sotto passa la metropolitana”, o passa qualunque cosa. Il caso di scuola qui è piazza San Babila a Milano, forno a induzione nonostante tutte le riqualificazioni, dove non si possono appunto piantare gli alberi, nel suolo pubblico, ma basta alzare però lo sguardo ai rigogliosi giardini pensili sui palazzi abbienti, dove alberi giganti tipo foresta delle mangrovie sono lì come status symbol e vanto dei padroni di casa. I loro giardinieri ne sanno più degli architetti e geometri star, evidentemente.Ma allora ci avete sempre preso in giro, direbbe Fantozzi in versione Folagra-Lineaverde. Perché anche l’odiato albero, come l’odiata aria condizionata, ci ricorda – all’amministratore, forse anche all’elettore – che sono pochi anni che siamo usciti dalla povertà agricola, mica siamo gli inglesi che da secoli non hanno più complessi, essendo avvocati e banchieri e parrucchieri, e si godono quindi il giardinaggio, e il re cincischia con siepi e cesoie; no, per noi la campagna è ancora il terrore della fanga e del raccolto scarno e la bacinella ghiacciata per lavarsi la faccia, tipo Renato Pozzetto appunto nel “Ragazzo di campagna”, o il classico “Albero degli zoccoli”. L’albero “porta sporcizia”, come l’animale domestico non commestibile, nei contesti più tribali e tra le popolazioni più primitive.Senza queste nozioni si può incappare in errori anche gravi di valutazione. Così gli americani che vengono in vacanza si lamentano e pensano che siamo talmente poveri da non tenere l’aria condizionata. Mentre sì, è vero, siamo poveri, ma il motivo è un altro, appunto culturale. L’aria condizionata è progresso effimero, dunque da sempre visto con sospetto. Uno subito si immagina Tina Pica che grugnando entra col mattarello in cucina e dice guardando il Daikin di ultima generazione: “Ahhh! Strumento del demonio! Di questo passo dove andremo a finire!”. L’aria condizionata è capitalismo efferato, è liberismo selvaggio (il liberismo è sempre selvaggio, come il salmone). Insomma è America. Fa pensare subito ai “mall”, a “edonismo reaganiano”. Del resto le tre grandi culture nazionali, la cattolica, la comunista e la fascista, condannano all’unisono il piacere e ancor più il benessere (e quindi sempre l’America). Bisogna lottare per l’anima, il proletariato, la Nazione. No al refrigerio borghese! Abbasso la vita comoda! Ac vs Pci. Quindi, abbasso il Pinguino yankee! E daje de valoroso ventaglio! Quando, nel 1945, Henry Miller pubblicò un racconto del suo viaggio americano, lo intitolò “Incubo ad aria condizionata”. Però adesso tutti i nuovi liberal americani come la metteranno? Saranno pro o contro il condizionatore?Non se ne esce. E però la canicule micidiale adesso sta cambiando anche l’Italia. Il popolo è ormai definitivamente pinguinista. Il paese reale è più avanti dei suoi regolamenti condominiali. Del resto vi ricordate Draghi? Capimmo che, nonostante lo standing insuperabile, non avrebbe fatto poi una gran carriera politica non tanto quando alla domanda se avesse voluto fare il presidente della Repubblica rispose “mah, quasi quasi”, contravvenendo alla Prima Regola del Quirinale: mai, mai, mai e ancora mai ammettere di volerci andare. Ma soprattutto quando, il 6 aprile del 2022, chiese invece, durante una conferenza stampa sul tema della guerra russa all’Ucraina, “preferite voi la pace o il condizionatore acceso”? Nessuno rispose, ma lì capimmo tutti come sarebbe andata a finire (per la Russia, per l’Ucraina, per il condizionatore e pure per Draghi). Volevamo la pace e il condizionatore acceso, abbiamo avuto la guerra e il condizionatore senza unità esterna, quasi cit., vabbè.
Un clima molto sinistro
In Francia la destra promette "clima per tutti". Da noi gli americani si lamentano. Ma è un fattore culturale, il condizionatore è strumento del demonio. Come l'albero, che ci ricorda le nostre origini contadine (da cui le città cementificate e bollenti)












